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Se la politica cominciasse a imparare dal pallone

Proviamo a fare il tifo non solo per il Mancini calcistico, ma anche per tutti i Mancini che ci sono e restano inutilizzati nell’ombra

Allora, siamo in semifinale al campionato europeo più strano della storia, con partite che si giocano un po’ qua e un po’ là. Fa niente, magari è il modo per rendere ancora più europeo un torneo, al di là dell’etichetta. Certo che sarà interessante capire chi sono i «tifosi» in una partita fra Italia e Spagna che si gioca Wembley, dove per arrivarci bisogna fare almeno 5 giorni di quarantena. Sono le bizzarrie del calcio unite a quella della pandemia.
La nostra Nazionale non approdava a una semifinale europea dal 2012, un’altra era. Oggi Mancini e i suoi ci sono arrivati, con grande merito, lavorando sodo e avendo una visione del futuro. L’ottimismo mostrato dal Ct alla vigilia non era spocchia, era consapevolezza dei propri mezzi e dunque dei risultati possibili. In altri settori si chiama credibilità: non racconto balle, ma realizzo ciò che penso e annuncio.
In un Paese serio – al di là di quelli che potranno essere gli esiti delle prossime gare – il Governo e il Parlamento dovrebbero chiamare il signor Mancini non per festeggiarlo, ma per imparare.

Una lectio magistralis su come si trasforma una Nazionale che non riesce a qualificarsi al Mondiale in una squadra vincente, giocando un calcio bello e divertente per il pubblico e per gli undici in campo. Perché, fatte le debite proporzioni, è ciò che serve al nostro Paese in questo momento: credibilità e metodo.
La nostra squadra ferita nell’orgoglio, incapace di vincere, animata da rivalità e contese, senza fuoriclasse alla Ronaldo era – calcisticamente parlando – alla catastrofe. Il nostro Paese stremato dal Covid, instabile per le continue rivalità e ambizioni, privo di fuoriclasse della politica era – realisticamente parlando – sull’orlo della catastrofe. Dunque due condizioni sovrapponibili. Che cosa ha fatto Mancini? È partito da zero con coraggio e audacia avendo però in mente un piano preciso e non un procedere per congetture e confutazioni. Ha chiamato con sé i giovani più talentuosi e ha provato a farli diventare un gruppo. Come? Facendoli divertire, dando loro fiducia, smorzando le rivalità. Adesso in campo chi sbaglia un passaggio chiede scusa al compagno e quando deve lasciare il campo abbraccia il calciatore che lo sostituisce. Non è finzione, sono sentimenti autentici di rispetto e coesione perché in una partita di calcio se c’è una cosa proprio difficile da fare è fingere.
A questo punto ciascuno potrebbe già porsi due domande fondamentali: quando è stata l’ultima volta che un politico ha chiesto scusa, ai suoi e al Paese; quando è stata l’ultima volta che in un avvicendamento c’è stato anche un abbraccio augurale. Per la prima risposta si potrebbe rispondere con il Vangelo: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un politico chieda scusa. Per la seconda si potrebbero riguardare i video – per esempio dello scambio di consegne fra Enrico Letta e Matteo Renzi. Già con queste premesse il metodo Mancini è fallito. Ma andiamo avanti.
Il Ct della Nazionale ha fatto giocare tutti, non una quota di eletti o di raccomandati dai club più forti, bensì tutti coloro che erano pronti a mettersi in discussione, a lavorare per il gruppo e che mostravano di avere una buona qualità calcistica. È possibile nella nostra politica?
Da noi le scelte si fanno su altre basi: chi è più spregiudicato, chi è più anziano perché ha stratificato e ramificato il suo personale «potere» e le capacità minime – come hanno dimostrato in più d’una occasione i 5Stelle, ma non solo – non sono richieste. Dopodiché ci ritroviamo con un Paese dominato da ultrasessantenni. Per carità nessuno chiede l’eutanasia politica per chi ha raggiunto una certa età, ma è come se Mancini chiamasse in squadra Cannavaro, Pirlo, Materazzi, Gattuso e company. Cioè campionissimi che hanno vinto il Mondiale del 2006, quello del cielo azzurro sopra Berlino. Semidei calcisticamente parlando, ma oggi devono cedere il passo ai giovani.

Al contrario degli altri Paesi europei, dove ci sono premier trentenni, quando l’Italia è in difficoltà si affida agli anziani e non ai giovani. I primi – si dice – hanno maturità, esperienza e competenze. Ma se così è, i giovani quando acquisiranno quelle qualità? Quando saranno diventati anziani e per sopravvivere avranno sperimentato tutte le indicibili altre vie della politica. Oggi i nostri giovani più talentuosi e capaci se ne stanno ben lontani da partiti, elezioni e amministrazioni. Perché sanno in partenza di non potercela fare, non vedono un Mancini all’orizzonte che dia loro una possibilità per diventare gruppo, costruire una squadra e magari provare a «vincere» qualcosa per tutti.

È strano come il termine squadra sia una delle parole più utilizzate nei discorsi fintamente motivazionali che molti leader politici e non solo propinano al loro pubblico. Nelle interviste Mancini, che di squadra vera si occupa e non di metafora, il termine è poco presente e sta a indicare quasi sempre gli undici in campo, non il gruppo coeso, solidale e compatto cui fa riferimento l’accezione sociologica.
Ora è probabile che qualche lettore pensi che questo scritto sia un peana per il ct Azzurro, in realtà è solo un esempio chiaro e comprensibile a tutti di come – volendo – si possa cambiare e raggiungere un risultato, con gli uomini e i mezzi che si hanno disposizione e partendo da una catastrofe. Proviamo a fare il tifo non solo per il Mancini calcistico, ma anche per tutti i Mancini che ci sono e restano inutilizzati nell’ombra.

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