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Al mare come in montagna non c’è più un posto libero, prova evidente che il Covid ha mollato la presa. Tutto esaurito come non accadeva da tempo, nonostante sapienti ritocchi ai listini di molti operatori. Ma dopo il lungo lockdown si può perdonare ogni marachella e ci si può consentire più di uno strappo al budget familiare. Del resto abbiamo risparmiato per tutto l’inverno, adesso qualche spesa in più ce la potremo pure consentire no?

Certo, il problema sarà il prossimo anno, quando la gente tornerà a viaggiare e il ventaglio delle mete possibili sarà molto più ampio e concorrenziale e le località italiane risulteranno – se manterranno i prezzi di oggi – poco competitive. Ma non importa, in un paese di cicale quale siamo noi, piuttosto che di formiche che programmano il futuro, è un segno di ritrovata normalità. Così come lo è l’attaccamento – pure quello ritrovato – alla Nazionale di calcio, che torna a far palpitare i cuori tanto quando batte l’Austria che quando affronta il San Marino. Pure la politica, dopo l’insolita sobrietà dettata dall’emergenza pandemica, è tornata a suonare le sue campane. E non sembri un’allusione alla recentissima querelle sulla laicità dello Stato, revival delle pagine di giornali di qualche decennio fa. È incredibile, e forse anche un po’ desolante, che ancora oggi a più di 150 anni dalla presa di Porta di Pia si discuta ancora della laicità dello Stato. C’è bisogno addirittura di un presidente del consiglio del calibro di Mario Draghi che rassicuri gli italiani affermando che siamo uno Stato laico e un paese in cui il Parlamento è libero di decidere. È la nuova scoperta dell’acqua calda o c’è qualcosa che non va?

La pubblica attestazione di laicità Draghi l’ha fatta per mettere fine alle polemiche suscitate da una nota verbale trasmessa per vie diplomatiche dalla Santa Sede al governo italiano che chiede una riformulazione del disegno di legge Zan sulla omotransfobia. Al di là del Tevere si teme che alcuni articoli del Ddl possano limitare la libertà di espressione garantita dal Concordato alla Chiesa cattolica.

Il merito del testo legislativo è stato più volte illustrato su queste colonne e ogni lettore è in grado di farsi la sua idea.
Nelle polemiche di questi giorni sono però passati in secondo piano due aspetti. Il primo è che mai fino a oggi la Santa Sede aveva fatto ricorso a uno strumento diplomatico quale una nota verbale nei confronti del governo di Roma; secondo, che la classe politica italiana ha ancora bisogno di patenti per sentirsi laica.

In passato, per condizionare la vita e le scelte del Paese, alla Chiesa cattolica erano sufficienti un paio di dichiarazioni ben azzeccate di qualche cardinale. L’aver scelto la via ufficiale implica sì una scelta di trasparenza nei rapporti fra Stati, ma è anche un’implicita ammissione di debolezza. È come se d’Oltretevere avessero detto: ormai possiamo fidarci e affidarci solo alle vie diplomatiche. Se il Parlamento italiano aveva bisogno di un green pass di laicità l’ha avuto, nero su bianco, proprio dal suo presunto rivale. Draghi l’ha capito e da perfetto gesuita si è limitato a ripetere ciò che era già palese nei fatti.
Ma tutto questo è l’aspetto che potremmo dire folkloristico, la legna buona per alimentare le fiammate dei salotti televisivi che, avendo perso le dispute dei virologi su riaperture e chiusure, hanno subito trovato i rimpiazzi. Ed ecco il profluvio di affermazioni e contraddizioni pescate dal deposito del laicismo novecentesco. Su tutti, il sorriso ironico di Macron, che dice: questi problemi noi li abbiamo superati.

Noi italiani evidentemente no, perché camminiamo sempre guardandoci dietro piuttosto che allungare gli occhi sugli orizzonti nuovi. Ciò che manca alla classe politica, ed è la ragione per cui è confusa, pasticciona, improduttiva, è l’incapacità di analizzare i fatti di oggi senza le lenti dei pregiudizi del passato. Non si sono accorti che il nostro Stato è laico, laicissimo, ma attento a tutte le libertà, compresa quella di religione e di manifestazione del pensiero. E a metterglielo per iscritto è proprio la Chiesa cattolica che, nonostante tutti i suoi problemi, appare ancora avanti nella capacità di leggere i cosiddetti «segni dei tempi». Ed è per questo che da parte cattolica non si contesta il ddl Zan nel merito, perché quella della omotransfobia è questione ormai assimilata anche in ambito ecclesiale, ma lo si contesta in due elementi aggiuntivi: la libertà di espressione e l’obbligo di celebrare nelle scuole di ogni ordine e grado la giornata contro l’omotransfobia. Ed è qui che ci sono i ritardi e i nervi scoperti.

Sulla libertà di espressione il nostro «Stato laico» continua a trincerarsi dietro norme che ormai sono presenti solo negli Stati totalitari. L’altro giorno, senza celare il suo disappunto, la Corte Costituzionale – non il Sant’Uffizio – ha dovuto rilevare che nonostante l’anno di tempo concesso al Parlamento, nulla è stato fatto per correggere la norma che prevede fino a sei anni di carcere per i giornalisti colpevoli di diffamazione. Sarebbe stato bello se il presidente Draghi, alla pari della dichiarazione sullo Stato laico, avesse ripetuto il suo proverbiale whatever it takes per cancellare questa vergogna. Sarebbe stato ancora più bello se la folla di parlamentari, plaudente allo Stato laico, si fosse associata a lui mettendosi subito al lavoro per fare chiarezza una volta per tutte sulla libertà di espressione. Vien da pensare allora che forse i dubbi della Santa Sede e di tutti coloro che vedono nella previsione dell’art. 4 del Ddl Zan un nuovo laccio alla libertà di parola forse non sono così infondati e anzi, che la resistenza a rivedere quell’articolo davvero serva a spingere verso un pensiero unico.

Ora non si sa bene che cosa accadrà, né per il Ddl Zan né per la legge sulla stampa. Entrambi i provvedimenti forse saranno infossati nelle paludi parlamentari e sarà anche questo un segno del perfetto ritorno alla «normalità» precovid. Con la non piccola differenza che mentre tutto il mondo si accorge di essere cambiato, l’Italia si crogiola nel suo passato, facendosene scudo senza rispetto. Aspettiamo con fiducia la prossima dichiarazione di laicità e con apprensione la prossima variante Covid.

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