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Nella ritrovata serie C del Taranto c’è, intanto, un’attesa che s’immaginava infinita e che invece è andata a scadenza. Perché nel calcio - come nella vita - niente è per sempre. E pure l’agonico dimenarsi dei rossoblù nelle sabbie mobili dei dilettanti doveva, prima o poi, cessare. C’è, poi, un minimo (fors’anche di più) di programmazione, la dose consentita da una stagione anomala perché pesantemente condizionata dalla pandemia: stadi afoni, niente incassi al botteghino e sponsor in ritirata. C’è, infine, l’ostinazione del presidente Massimo Giove che del salto di categoria aveva fatto una questione personale. Doveva essere lui a firmare il ritorno del Taranto fra i professionisti. C’è riuscito al quarto tentativo, portando a compimento una stagione in cui è rimasto in silenzio. Niente proclami, nessun intervento improvvido, neppure una parola fuori posto. Un silenzio operativo. Giusto riconoscergli il merito maggiore perché ha retto all’urto della stagione oggettivamente più complicata di sempre. E lo ha fatto, partendo da un livello di consenso ambientale piuttosto basso.

Tutto il resto è calcio. Calcio di campo, fattuale. Calcio, dunque, giudicabile perché costituito di partite vinte (19), pareggiate (12) e perse (3). Ed irrorato di gol e giocate, saldezza difensiva e stabilità tattica, intuizioni felici e colpi di sfortuna. Calcio che rimanda a chi l’ha ispirato, suggerendo scelte e assumendosene la responsabilità (il direttore sportivo Francesco Montervino), a chi l’ha organizzato, costruendo un’identità di squadra (l’allenatore Giuseppe Laterza) e a chi l’ha prodotto, lavorando sul campo (il gruppo nella sua varietà d’espressione).

Ciò che appare chiaro, ora che l’impresa è compiuta e si festeggia con compostezza, è che il Taranto ha vinto, facendo tutto «insieme». È il concetto di «insieme» che emerge prepotente nell’analisi a caldo. Insieme il Taranto ha gioito, sofferto e resistito. Insieme il Taranto si è piegato, senza spezzarsi. E insieme si è rialzato, imponendo un’idea di calcio in cui l’estro dei singoli non prevarica mai le necessità del collettivo. Insieme, infine, il Taranto è andato incontro al suo destino che, una volta tanto, s’è lasciato curvare, anziché opporsi, riconoscendo i meriti di una squadra in cui valori tecnici e cifra morale si sono fusi.
Non ha mai dubitato, il Taranto. Neppure nel finale un po’ ansimante, quando fiato corto, infermeria piena e ansia crescente hanno favorito il rinvenire minaccioso del Picerno. Ha continuato a credere che farcela era l’unica scelta possibile. E ce l’ha fatta, chiudendo in testa e scavalcando il muro psicologico e programmatico della dimensione «minore» in cui per troppo tempo si è costretto.

Da oggi, però, è futuro, ovvero progetto, idee, risorse, pianificazione. Ciò che serve per il definitivo salto di qualità. Il Taranto non è solo. C’è una città che spinge. Una massa critica e passionale che è tornata a credere in qualcosa. È la stagione del grande raccolto per lo sport rossoblù: dopo la promozione in Superlega della Prisma (volley), il ritorno in serie C del Taranto (calcio). I pronostici hanno tenuto. Le aspettative sono rimaste in piedi sino alle fine. Le speranze non sono sfiorite. Nella città dove quello che accade è spesso una replica stanca, segue uno schema, il finale stavolta è diverso. Si scrive sport, si può leggere rinascita.

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