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Più che di «Ambiente svenduto» si può parlare ora di «Città svenduta». Ciò che sta emergendo dall’inchiesta che coinvolge ancora una volta l’ex-Ilva ha dell’incredibile. Di immorale – al di là delle eventuali responsabilità penali che verranno –, perché si è giocato sulla pelle di persone inermi, già duramente colpite per anni dall’inquinamento ambientale prodotto dalle acciaierie tarantine, con un tributo di morti e di malati infinito.

Accade infatti che magistrati, avvocati e imprenditori si sarebbero accordati per condizionare l’attività giudiziaria, al fine di far ottenere un trattamento processuale meno pesante agli imputati a fronte di somme di denaro e, pare, di altre utilità (si parla addirittura della nomina a procuratore della Repubblica di Taranto, con l’immancabile e controverso avvocato Pietro Amara, quello della Loggia Ungheria, a far da burattinaio). Un mercimonio posto in essere senza una goccia di rispetto, senza alcun minimo interesse per chi dalla fabbrica dell’acciaio ha tratto veleni e lutti. Che persone che rivestono funzioni pubbliche possano anche solo pensare di svendere la salute di una città per un consistente «pugno di dollari» appare all’uomo comune impensabile, che si possa abdicare al proprio ruolo con indifferenza vuol dire essere privi di senso sociale e di umanità. Essere chiusi nei propri egoismi, approfittando delle proprie posizioni di potere. Sentirsi, evidentemente, i signori della legge. Ambizioni di carriera, facili arricchimenti, che peraltro – ma è solo un’ipotesi – costituiscono parte di un sistema più ampio, dando vita alla peggiore delle corruttele. Quasi sintetizzandola in laboratorio con lavoro certosino. Sembra non ci sia limite al peggio.

Qui non è la vicenda giudiziaria ad avere interesse, ma ciò che esprime sul piano dei valori. Piegare le indagini a fini privati è l’esatto contrario dell’esercizio della giurisdizione, che vuole giudici terzi e imparziali e magistrati inamovibili proprio per garantire l’assenza da condizionamenti. Solo una società decadente, da fine Impero, può produrre fenomeni del genere.
E non si tratta di arrivare al paradosso di Oscar Wilde, secondo il quale «molti giudici sono così fieri della loro incorruttibilità che dimenticano la giustizia», ma piuttosto di amministrare la giustizia limpidamente senza abdicare alla propria incorruttibilità. Sembrerebbe ovvio, l’Abc della giurisdizione, e invece no. 

Cosa può pensare il comune cittadino di fronte a qualcosa di inenarrabile del genere? Dopo un attimo di smarrimento, di stupore, non può che perdere fiducia nella giustizia – una giustizia già colpita da tanti, troppi scandali – che costituisce uno dei pilastri su cui si edifica una società democratica. Un pilastro il cui cedimento avrebbe conseguenze disastrose. E i sondaggi ce lo dicono: l’autorevolezza della macchina giudiziaria è a una distanza siderale da quella dei tempi di Mani pulite.
Veleni. Veleni e appetiti. Quei veleni nell’aria che si mescolano drammaticamente e turpemente con il «veleno dell’illegalità» censurato da Papa Francesco nel 2015. Taranto non merita questo.

Il pericolo è l’assuefazione a vicende terribili come queste, travolte dalla quotidianità, dal ritmo forsennato delle notizie che non favorisce certo la riflessione. Occorrerebbe un risveglio collettivo, una rifondazione dei costumi che, con un po’ di positività, non ritenga impossibile sovvertire fenomeni sì individuali ma che nel loro moltiplicarsi assumono una rilevanza politica. Si discute di riforma del Csm e poi ci accorgiamo che forse incarichi apicali sono stati conquistati anche questa volta non per merito ma per l’appartenenza a consorterie varie. Non se ne parla spesso, ma ci si dovrebbe chiedere quale immagine hanno i giovani della giustizia, cosa conta per loro, e interrogarsi su quale visione della stessa stiamo trasmettendo loro. Sarà quella del mondo che verrà, e sarebbe rovinoso consegnar loro quella di un’Italia dei veleni. Significherebbe cancellare decenni di conquiste di cui hanno notizia soltanto dai libri di storia.

Taranto intanto aspetta. Aspetta dignità, aspetta di non sentirsi più l’ultima ruota del carro, una prateria sconfinata da conquistare senza ritegno. L’ultima riserva indiana, o forse l’ultimo avamposto di civiltà in un’Italia zoppicante e sempre più sconquassata dal malaffare. Immobile e tenace, in attesa di un mondo migliore.

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