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I cinquestelle sulla via di Damasco del moderatismo

I cinquestelle sulla via di Damasco del moderatismo

Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Vito Crimi, sotto lo sguardo indagatore del «mediatore» Beppe Grillo, scenderanno in campo per il «secondo tempo» del Movimento 5 Stelle

07 Giugno 2021

Leonardo Petrocelli

E alla fine ognuno andrà per conto suo. Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Vito Crimi, sotto lo sguardo indagatore del «mediatore» Beppe Grillo, scenderanno in campo per il «secondo tempo» del Movimento 5 Stelle, mentre Davide Casaleggio - ormai autoesiliatosi dalla casa del padre (letteralmente) - si metterà al tavolo con i «rivoltosi», oggi in panchina, per un rito necromantico che rimetta in pista il Movimento delle origini. L’accordo raggiunto fra pentastellati e Rousseau, con il relativo trasferimento del pacchetto dati utile ad avviare il nuovo corso, è un passaggio campale che consegna finalmente alle cronache un quadro chiaro: una spaccatura ormai non più rinviabile.

C’è di tutto in questa storia: amicizie infrante, cordoni ombelicali recisi, soldi che ballano. Molto colore e tanta sostanza. Da tempo lo zoccolo duro del Movimento aveva messo Casaleggio jr all’angolo, inquadrandolo come un bottegaio di piccolo cabotaggio, più attento alla questua dei 300 euro mensili per mantenere la piattaforma Rousseau, che a un esercizio della democrazia diretta. Insomma, Gianroberto era il visionario della verde Gaia, Davide il piccolo amministratore condominiale del genio paterno.

Critiche condivise da molti e avversate da altri, ma comunque fatte detonare dallo strappo degli ortodossi dopo l’avvento del governo Draghi. Dal movimentista Alessandro Di Battista alla pasionaria Barbara Lezzi, tanti sono stati gli attestati di stima e d’affetto per Casaleggio dopo la sua fuoriuscita. Segno che la faccenda non è chiusa e la storia non è finita.
Non se ne abbia a male il lettore, ma il punto principale della vicenda è politico. Legittimato, anche dalle carte bollate, a proseguire nel cammino tracciato, il Movimento di Conte inizierà da giugno la sua epopea tra nuovi statuti e pubbliche incoronazioni. Come sarà non è difficile immaginarlo. I «vaffa» e i «mai con» saranno chiusi a tripla mandata nelle soffitte di famiglia, il giustizialismo consegnato ai libri di storia, l’eterodossia ideologica dimenticata sulla via di Damasco del moderatismo.

E d’altra parte Conte non assumerebbe il phisique du role del rivoluzionario scapigliato nemmeno se si addestrasse per sei mesi agli ordini del subcomandante Marcos. Saranno piuttosto l’autorevolezza e il consenso personali conquistati dall’ex premier - uniti a qualche battaglia storica come il reddito di cittadinanza o la transizione verde (passepartout ideologico nell’epoca del vuoto pneumatico) - a giustificare l’esistenza politica di un Movimento sempre più progressista e cauto nei toni, al netto di qualche punta di colore per distinguersi dai vicini di area. Insomma, in una sorta di equazione partitica, il nuovo Movimento sarà «il Pd + Toninelli», ma senza la tra(di)zione storica della sinistra. Il rischio di dimagrire fino all’invisibilità esiste e nell’aula vuota del futuro risuona, inquietante, la maledizione di Dibba: «Finirete come l’Udeur». Il pericolo, in effetti, c’è.

Dall’altra parte, però, non stanno messi molto meglio. Più che se stesso, Casaleggio porta simbolicamente in dote la piattaforma Rousseau, uno dei più grotteschi fallimenti degli ultimi anni: doveva essere la patria virtuale della democrazia diretta, una specie di agorà ateniese 2.0, e invece è diventata la barzelletta del secolo. Memorabili le selezioni elettorali con numeri bassissimi («se ti candidi e convinci il tuo condominio a votarti, vai dritto in Parlamento») o i quesiti confezionati in modo da risultare volutamente incomprensibili («Il sì per votare no, il no per votare sì»). Un disastro. Certo, a spingere la compagine ci sarebbe il pittoresco caravanserraglio dei contenuti dissonanti, dalla Palestina libera all’antieuropeismo, merce rara nelle settimane in cui Salvini stalkerizza i berluscones e bussa alle porte del Ppe. Merce rara e pure redditizia. Ma la sensazione è che il treno sia passato portandosi malinconicamente dietro le piazze piene, i cori da stadio e i consensi bulgari.
La verità è che tutta questa storia assomiglia a una favola postmoderna in cui, pagina dopo pagina, non si capisce chi finirà per vivere felice e contento. L’unica certezza è che c’era una volta il Movimento. E oggi non c’è più.

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