Domenica 20 Giugno 2021 | 10:53

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Migranti, un fenomeno e non un’emergenza

migranti

L’Unione europea continua a essere fuori rotta sulla questione degli immigrati, dalla loro accoglienza alla ridistribuzione tra i Paesi aderenti alla Comunità. Un’impotenza evidente - la questione è stata rinviata al prossimo Consiglio d’Europa di metà giugno - pur in presenza di impegni e assunzioni di responsabilità da parte della Commissione europea. Che, inutile travestire di ipocrisia la propria fragilità sull’argomento, non è al momento nella condizione di confezionare una decisione definitiva, ferma e condivisa. Per una serie di problematiche, a cominciare dallo sfarinamento delle posizioni dei singoli Stati che, fatta qualche eccezione (dall’Italia paese di approdo, alla Francia e alla Germania), non ne vogliono sapere di aprire le frontiere dell’umanità.

Fatte le dovute proporzioni sono le posizioni più meno simili che si registrano da noi fra nord e sud. E che questa posizione sia sostenuta in particolare da quei Paesi che fino a qualche anno fa bussavano disperati alle porte dell’Europa per i loro immigrati (Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria per fare qualche esempio) la dice tutta sull’incapacità di esprimere un comune sentire. Bisogna dare atto al premier Draghi di aver collocato la questione in cima all’agenda italiana per le vicende internazionali, ma è altrettanto vero che su questa storia al momento non è sufficiente il prestigio e la credibilità dell’ex presidente della Banca centrale europea.

C’è un deficit strutturale nella gestione di eventi che continuano a dividere e a compromettere le relazioni tra gli Stati dell’Unione europea e quelli di partenza degli immigrati, soprattutto africani ma non solo. Un deficit dettato anche dalla modalità con cui viene gestito il dibattito intorno ad una questione che andrebbe trattata come un fenomeno e non come una situazione emergenziale. L’emergenza si affronta e possibilmente si risolve, mentre nel caso dei flussi migratori siamo di fronte alla necessità di avere un «governo del processo» che non si esaurirà di certo nel giro di qualche anno. Tutt’altro. Basti pensare che l’Africa è un continente giovanissimo e che l’Europa, non solo l’Italia, è alle prese con l’invecchiamento generale, il calo demografico e la denatalità, tre voci del Paese che verrà e che nel giro di due-tre generazioni sarà costretto a «comandare» gli arrivi. Capire insomma che trovare un posto nel mondo non è l’ossessione ma una necessità, soprattutto per chi oggi conduce vite che scorrono ai margini, potrebbe essere utile ad eliminare quell’eccesso di autoconservazione che caratterizza alcuni Paese europei travolti da frattaglie di pensiero debole.

Ecco perché l’Unione europea deve mettere da parte le idee di scarto, comprendere che non siamo di fronte a un inganno della storia e favorire più l’interagire che l’agire. La grigia ragioneria che accompagna questa fase politica e umanitaria continua del resto a curare i sintomi ma non il male. La ricetta è dunque quella del governo dei flussi e della condivisione di un fenomeno e non di certo di una emergenza, fermo restando che gli aiuti a domicilio in quei Paesi di partenza non sono mai un vuoto a perdere, perché hanno ricadute importanti anche per favorire l’emancipazione di quei popoli prima di tutto dalla fame oltre che dalla violenza e sottrarli alle cronache del sopruso.

Si sa che quando qualcosa non funziona l’idea primaria è quella di individuare di chi è la colpa ed in tal senso l’Unione europea sconta limiti propri e di sistema, ma ci sono le condizioni - ed è l’auspicio anche della Conferenza episcopale italiana - per cercare di riempire quella che al momento è una scatola vuota. O meglio, piena di silenzi.

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