Martedì 26 Marzo 2019 | 10:55

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Ma in platea s’aggira il fantasma di Berlusconi

di Giuseppe De Tomaso
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«Mi si nota di più se vado ad una festa e me ne sto in disparte o se non vado per niente?», si chiedeva il protagonista del film Ecce Bombo interpretato da Nanni Moretti. Silvio Berlusconi, che pure è un mago della comunicazione, non avrà certo fatto questo ragionamento alla vigilia dell’inaugurazione della Fiera del Levante - il premier ha voluto partecipare in prima persona alla cerimonia di addio all’amico Mike Bongiorno, tra l’altro primo supertestimonial del Biscione -, ma di sicuro la sua assenza nel padiglione 7 della Campionaria si è notata forse ancora più delle sue precedenti vulcaniche presenze.
Era già accaduto un paio di volte (1989 e 1991) che il presidente in carica decidesse di dare forfait  al battesimo della Fiera. E in entrambi i casi l’evento rischiò di essere raccontato sui giornali in sole tre colonne in cronaca.Infatti. Un conto era l’apertura della Fiera con un Andreotti o un Moro, un conto era quella con un Battaglia o un Bodrato. Con Silvio Berlusconi la differenza scenografica tra l’esserci e il non esserci balza vieppiù agli occhi. Il Cavaliere non è solo una personalità politica, è anche un personaggio mediatico che attira tv e taccuini come il miele attira le api. Senza di lui, il film assume un’ altra trama. Il sindaco Michele Emiliano non può più stuzzicarlo alla sua maniera. Il presidente Nichi Vendola non può più ingaggiare con lui confronti agrodolci. Inoltre. Le bellezze femminili scarseggiano. La platea non può più dividersi, persino nell’applausometro, nell’unica forma bipolare che ha dimostrato di saper funzionare in Italia: berlusconiani e antiberlusconiani. Assente il Divo, la sala si distingue per i numerosi posti vuoti e per i volti pensosi di molti ospiti, cui solo un’apparizione improvvisa del presidentissimo potrebbe provocare quello che pure sulle fasce orarie protette della tv passa come l’effetto viagra. 
Eppure i discorsi di Emiliano, Schittulli, Vendola, Lacirignola e Scajola sono stati tutt’altro che deboli o banali, con reciproche aperture (tra centrodestra e centrosinistra) su alcuni punti, dal Mezzogiorno all’energia, per citare i temi-chiave. Anche sulla cosiddetta questione morale, il tono degli interventi ha rivelato un’altra musica, una misura sconosciuta nei botta e risposta che imperversano sul video e sulla carta stampata.
Claudio Scajola è il ministro dello Sviluppo Economico, ma non è il presidente del Consiglio. Ergo, non poteva che limitarsi a concentrarsi più sulle cifre che sulle strategie, più sulla sostanza che sui proclami. Si sa, il ping-pong tra destra e sinistra sul Mezzogiorno va avanti da anni. L’opposizione accusa il centrodestra di essere teleguidata da Umberto Bossi e di dirottare i soldi verso il Nord, premiando ad esempio gli allevatori «leghisti». Il governo accusa il centrosinistra di non prestare la dovuta attenzione agli stanziamenti e agli investimenti per il Mezzogiorno e alle mille opportunità perse dalle classi dirigenti del Sud, a causa della loro incapacità amministrativa. La «dialettica» è destinata a salire di tono nel prosieguo della campagna elettorale per le regionali di marzo 2010 che, ormai, sembra già partita. Ma ieri nessuno ha alzato i decibel. Vendola ha fatto un bilancio del suo quinquennio presidenziale, chiedendo a Scajola un no senza se e senza ma ad ogni opzione nucleare in Puglia. Il ministro ha sottolineato il ruolo assunto dalla Regione per lo sviluppo delle energie rinnovabili ed è sembrato escludere un ballottaggio esteso anche alla Puglia per l’individuazione del sito di un impianto atomico.
In breve. I fondi Fas arriveranno nel Mezzogiorno, assicurano Scajola e Fitto. Idem gli altri incentivi, a esempio nel turismo attraverso la fiscalità di vantaggio, cioè meno tasse. Ma il centrosinistra giudica insufficiente l’azione di contrasto della crisi economica varata dal ministro Tremonti, anche perché le stesse amministrazioni locali, tema su cui ha insistito Emiliano, rischiano di dover ridurre servizi e prestazioni per restare nei parametri del patto di stabilità. Sotto traccia, l’unico comune denominatore su cui concordano centrodestra e centrosinistra è la necessità di migliorare la qualità della spesa, anche per evitare sprechi, clientelismi e corruttele. Tutti concordano anche sul dovere di aiutare il sistema industriale del Sud, oggi più di ieri in difficoltà. Ma in che modo? Più mercato o più Stato? Banca del Sud, più concorrenza tra le banche, credito di imposta? Così come tutti concordano sull’esigenza che la politica faccia un passo indietro in settori delicatissimi come la sanità. Ma come?
Ecco il punto. Sarebbe ora che dopo l’orgia informativa di questi mesi su letti e poteri, tornassero finalmente in primo piano le questioni della gente comune, quelle che poi decidono l’avvenire delle famiglie, degli Stati e degli stessi dirigenti della politica.

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