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Oggi noi Pugliesi dobbiamo cominciare a pronunciare auspici e ad allevare speranze: e nei giorni della memoria salvifica scandita dalle preghiere a San Nicola, viene in mente di ricordare a noi stessi che siamo amici dei forestieri

Andria, Castel del Monte

Sulla carta geografica che racconta dei colori connessi alla resistenza alla pandemia odiosa, la Puglia, con il giallo raggiunto con sollievo, sembra un braccio proteso in una carezza al mare.
Dovrei dire «ai mari», anche a quelli lontanissimi, ma, tutti, contigui per il miracolo di «sora nostra acqua, così umile, preziosa et casta», come San Francesco ringrazia Dio. Perché l’acqua unisce, sia che giganteggi nell’oceano, sia che lambisca nel «ponto» o che ondeggi nella sostanza quasi votiva che chiamiamo mare. Dunque, la Puglia confina con il mondo, grazie alla sua forma elegantemente rampante nel blasone dell’Adriatico a poche miglia dalle profondità che diventano Mediterraneo mare. L’Italia tutta, a sua volta, vanta le sue propaggini regionali che la incoronano Signora del mare, dei mari. Non padrona, certo, ci mancherebbe: certi dispotismi li abbiamo lasciati ad altre potenze e ai loro scorridori.


Oggi noi Pugliesi dobbiamo cominciare a pronunciare auspici e ad allevare speranze: e nei giorni della memoria salvifica scandita dalle preghiere a San Nicola, viene in mente di ricordare a noi stessi che siamo amici dei forestieri. La ragione sta nella storia della Puglia. Scrutiniamo qualche appunto.
Prima che edificassero l’astronave del pallone sull’altura posticcia, lo stadio, a qualcun altro era venuto in mente di intestardirsi in una costruzione magniloquente e solenne di destinazione d’uso per noi posteri, dubbia, misteriosa: Castel del Monte: inabitabile ammonitore di regalità poggiato sul minimo colle, in Puglia. A poche leghe dal mare. Dai mari.

A volerlo fu Federico II di Svevia, quel «Puer Apuliae» che s’incaponì, non solo, in edilizie simboliche, ma, anche, come tutti sanno, in anacronistici sogni di restaurazioni dell’impero universale interetnico e multiculturale. Anzi, il negromante, poeta, uccellatore Federico che, allora, non conosceva le parole interetnico e multiculturale, dell’anacronismo fu il principe assoluto e il sognatore petulante. E Castel del Monte sta lì a ricordarlo con la sua ineffabile maestosità di pietra e l’enigma sembra conosciuto solo agli uccelli che svolazzano su quel granitico biancore, finalmente al sicuro dai falconi imperiali. Molte le congetture sulle ragioni che spinsero sua maestà a tirar su il manufatto poderoso: castello d’abitazione, casino di caccia, euforia mistica che avrebbe istigato al simbolismo ermeneutico della topografia postaevangelica? Tutte ipotesi sconfitte da questa o da quella constatazione architettonica. Troppo grande, troppo piccolo, troppo arduo congetturare, troppo lontane Chartres e Gerusalemme che sono, come è noto, in asse con la campagna di Andria-Corato, troppo complicato riannodare la tessitura simbolica. Di fatto il Castello pluriottagonale, e anche sulla ricorrenza del numero otto si è esercitata la laboriosità esegetica degli studiosi insonni, è una meraviglia. Di lui si può dire, come del suo padrone, «Stupor mundi». La corona di Puglia vigila da secoli sulla terra di passaggio e migrazione con alterigia architettonica e armonia di forme e colori. Terra di passaggio? Sì, come tutti sanno. O che? Potevi affrontare i mari per andare in Terra Santa senza fermarti a mangiare il pesce a Manfredonia? (altro re, altro fondatore: Manfredi) o a bere vino «fattizz» a Trani? O far provvista d’olio a Bitonto? O a meditare a Otranto la bella? E quei pastori transumanti? Quei contadini girovaghi in cerca di terra da maneggiare avidamente. E quei mercanti, pellegrini, viandanti, avventurieri, frati, peccatori e peccatrici, i tanti guerrieri, quei secondogeniti vittime di esosi maggiorascati che anelavano coroncine feudali limitrofe al Getsemani?


Non traversavano «le Puglie» con compiacimento rinfocolato dallo stesso presagio d’Oriente che noi, padroni di casa, sentiamo appena nati. Terra di viaggiatori e per viaggiatori. Da Appio stradaiolo, da Orazio Flacco satiro, da Federico muratore, appunto, fino alla moltitudine di Europei che sono venuti, sono passati, sono ripartiti. Molti sono rimasti: Normanni edificatori, Arabi traffichini e Svevi, Angioini, Aragonesi, mercanti francesi come Ravanas, negozianti e musici come Van Westerhout, e turchi, Russi, Polacchi e Svedesi. Per non parlare dei Tedeschi che non si capacitavano che un Hohenstaufen avesse preferito dimorare in Puglia dopo aver vagheggiato la Sicilia e il mare. Ora si capacitano e vengono. Vengono e come!
Almeno, fino ad un anno e mezzo fa, venivano, prima del crudele contagio globale.
La migrazione continuerà e sarà sempre affollata, mi dicono e leggo. E continuerà a chiamarsi turismo, quando non si tratterà di affari e commercio.


Ma, la domanda affiora irruenta, sapremo come ospitarli, nutrirli, intrattenerli? E sapremo, più e meglio di prima del malfamato contagio trattenerli? Sapremo farli sentire a proprio agio, al sicuro? Lo sappiamo che i turisti portano, è una realtà inerziale, pace, benessere, conoscenza, cultura, arte, risorse. Ma lo sappiamo anche che pretendono di portar via con sé, pace, benessere, conoscenza, cultura, arte, risorse.
È la legge antica dell’ospitalità. La prima forma perfetta di comunicazione complessa, fatta di scambio mutuo e reciproco. La vollero gli Dei, dicono le mitologie, la imposero le antiche leggi, la praticano le civiltà evolute. E conviene a tutti. La mia esperienza personale di forestiero in patria non mi suggerisce eccessi di ottimismo e non vado constatando eccellenti progressi nell’organizzazione turistica, nell’affinamento delle tecniche dell’ospitalità. Segni ce ne sono, però mi piacerebbe non segnalare eccezioni, ma rallegrarmi di regole e abitudini. Identico discorso farei sulla ristorazione che, stante la mirabile qualità della nostra gastronomia, pretenderebbe diffusione capillare di qualità. E penso anche alla bellezza che, notoriamente, ci salverà se la catastrofe climatica e le pandemie connesse ci risparmieranno). Coraggio, dunque. Parlo alla politica.
Qualche volta si può erigere qualcosa di mirabilmente inutile, ma che serva ad accendere domande e simboleggiare gli innumerevoli misteri della nostra contemplazione del mondo. Come Castel del Monte.

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