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Un contributo di solidarietà dai garantiti ai non garantiti

C’è chi invoca la patrimoniale. Ma la patrimoniale potrebbe, paradossalmente, colpire anche coloro che sono stati già colpiti dallo tsunami pandemico

Economia: nel 2019-2023 Potenza crescita zero

Sostiene un vecchio adagio barese che quando si scatenano venti e tempeste c’è chi si spoglia e c’è chi si veste. Anche la pandemia non fa eccezione. Una parte della popolazione italiana ha subìto una devastazione negli affetti e negli affari personali che manco una guerra mondiale.

Un’altra parte della popolazione, indubbiamente più fortunata, ha invece potuto incrementare la pesantezza del proprio salvadanaio, come dimostrano gli ultimi dati sui depositi bancari.

Alle spicce. Chi opera con trasparenza nelle attività private più falcidiate dalla crisi non soltanto ha visto svanire sogni e prospettive di crescita, ma deve fare acrobazie indicibili per non essere inghiottito nelle sabbie mobili della povertà. Chi, invece, opera nel settore pubblico non solo non è stato toccato dalla sforbiciata economica che ha segato molte iniziative economiche, ma, grazie ai risparmi diretti e indiretti generati dal lockdown (se tutti stanno a casa, nessuno spende) e dallo smart working (meno spese per spostamenti e abbigliamento) ha potuto irrobustire i propri gruzzoli individuali e familiari.

Mai come sotto la pandemia la scure tra garantiti e non garantiti ha spaccato e sta spaccando in due la società italiana. E non è detto che questa divaricazione choc sia destinata a finire, una volta raggiunta - si spera a breve, grazie ai vaccini -, la tanto sospirata immunità di massa.

Una società spaccata in due come una mela è l’opposto di una società inclusiva, e solida, in cui nessuno, per usare una terminologia più ricorrente di uno spot pubblicitario, avverta la sensazione di essere rimasto escluso da tutto, a cominciare dal lavoro. Una società spaccata in due è la condizione ideale - la Storia docet - per spianare la strada e la piazza a tutte le forme di insurrezione e ribellione eversive in grado di abbattere l’ordinamento democratico e lo stato di diritto. Una società spaccata in due costituisce una pericolosa, pericolosissima, miscela esplosiva contro il patto di convivenza civile tra i cittadini: è un detonatore d’odio e di rivalse, al cui confronto impallidiscono persino le ideologie più distruttive e farneticanti del secolo scorso.

La parola solidarietà contende a espressioni come «fare sistema, fare rete», «implementazione» e via blabeggiando il primato nell’hit parade delle frasi stra-ripetute tra politichese, economistese e sociologese. Quasi sempre sono scatoloni senza contenuti, direbbe un redivivo Luigi Einaudi (1874-1961), ma, chissà perché, assai efficaci, assai utili per fare bella figura e passare osservati in tutti i tipi di salotti. Invece, bisognerebbe, bisogna dare sostanza alle parole.

Per intenderci. Se non scatta oggi - in pieno massacro socioeconomico ai danni di una cospicua fascia della popolazione italica - la molla della solidarietà concreta, non teorica, quando dovrebbe scattare? Dovrebbe scattare quando a qualcuno, in alto, verrà in mente, di redistribuire secondo logiche politiche, elettorali e clientelari la ricchezza nazionale prodotta? Bah.

In un Paese davvero disposto ad affrontare i problemi guardando in faccia la realtà, senza paraocchi ideologici, non ci sarebbero dubbi o tentennamenti. Non sarebbe di sicuro necessario affidarsi a un trust di Premi Nobel dal leonardesco quoziente intellettivo per conoscere i gruppi sociali a cui chiedere il contributo di solidarietà a beneficio delle vittime economiche del Covid 19.

Chi sono i fortunati a cui bussare? I fortunati sono i garantiti, sono innanzitutto i dipendenti pubblici e quei dipendenti privati non toccati dalle infauste conseguenze provocate dalla «peste» arrivata quasi un anno e mezzo fa dalla Cina. Tutto il resto - lavoratori autonomi e dipendenti privati di aziende chiuse o pronte a chiudere - non saprebbe come sopravvivere senza (per chi ne può disporre) il Welfare familiare di genitori e nonni. O di amici disinteressati. Ma fino a quando?

Non può andare avanti così. Servirebbe un gesto, un gesto forte. Un gesto capace di dimostrare che lo Stato non è insensibile al grido di dolore dei veri sofferenti, delle vere vittime del Coronavirus. Altrimenti le scene di guerriglia come quelle dell’altro ieri (non solo) a Roma, diventerebbero l’antipasto quotidiano di un menù di scontri e sconvolgimenti sociali fuori controllo.

Quale potrebbe essere il gesto forte? Lo abbiamo scritto e invocato sin dai primi giorni della pandemia, quando era già chiaro che il Covid avrebbe approfondito terribilmente e irrimediabilmente il solco tra garantiti e non garantiti. Il gesto forte si chiama «contributo di solidarietà»: da chiedere al settore dei dipendenti pubblici per alleviare le pene di chi non ha la fortuna, direbbe il grande Checco Zalone, di sedersi sul posto fisso.

C’è chi invoca la patrimoniale. Ma la patrimoniale potrebbe, paradossalmente, colpire anche coloro che sono stati già colpiti dallo tsunami pandemico. Molto più semplice e, per certi versi più logico, rivolgersi a chi, obiettivamente, non ha subìto, economicamente parlando, contraccolpi dal disastro in atto.

Se il governo non prenderà questa iniziativa, se lo stato non preleverà dai garantiti le somme per attutire il maxi-disagio dei non garantiti, dei lavoratori autonomi (a patto, si capisce, che quest’ultimi siano in regola con il Fisco), non si vivranno giorni sereni in Italia. È già accaduto una volta in passato, nel primo dopoguerra, un secolo fa, quando la rivolta dei ceti impoveriti dal conflitto produsse una ventennale soluzione autoritaria. Non sarebbe il caso di rivivere quell’esperienza.

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