Venerdì 23 Aprile 2021 | 00:31

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Dall’America di Biden alla Russia di Putin, ecco come sta cambiando lo scacchiere

L’Italia si muove in un complesso gioco di relazioni. e il mondo corre verso una nuova guerra fredda

Dall’America di Biden alla Russia di Putin, ecco come sta scambiando lo scacchiere

Il viaggio del premier Mario Draghi in Libia riapre un capitolo sepolto dall’emergenza sanitaria: la politica estera e le relazioni internazionali. Ma ciò che il Covid ha oscurato nelle cronache, la realtà si è incaricata di amplificarlo e dilatarlo.

Oggi a pesare non è solo la «classica» geopolitica, o quella energetica e finanziaria, ma c’è anche la battaglia a scacchi vaccinale. Ecco come cambia il mondo all’ombra (scura) della pandemia
America. Dopo la parentesi «isolazionista» del quadriennio Trump, il poliziotto del mondo è tornato. Prima dava la caccia ai comunisti, poi ai terroristi, ora ai sovranisti. Ma la sostanza resta la stessa. In pochi hanno avuto l’onestà intellettuale di sottolineare come, ormai, «democratico» sia diventato sinonimo di interventista: il missile inguainato nella bandiera arcobaleno.

E non ci ha messo molto Joe Biden a far capire che l’aria è cambiata e la diplomazia è andata a farsi benedire. Quell’«assassino» appioppato a Putin più che un biglietto da visita è una vera e propria lettera di presentazione. O una sentenza. Con l’Ucraina già pronta a qualificarsi come vecchio/nuovo terreno di scontro di una Guerra Fredda in versione riveduta e corretta (sperando di non rivedere nazisti «benedetti» dall’Europa in Piazza Maidan).

Il dialogo con l’Italia atlantica di Draghi sarà più fitto di quanto non sarebbe avvenuto con la precedente amministrazione e, in alcuni casi, questa sorta di partenariato ritrovato potrebbe produrre vantaggi locali anche di un certo rilievo (vedi Libia). Lo scenario generale, però, resta preoccupante.

Italia. Durante i colloqui per la formazione del nuovo governo il premier incaricato chiarì subito quale fosse la priorità del nuovo esecutivo: la politica estera. Ben strano per un Paese in piena pandemia e con una crisi economica devastante. Ma tant’è. Fu Emma Bonino la prima a rilevarlo: «Non ho avuto nemmeno bisogno di chiederglielo. Draghi ha precisato subito che la collocazione internazionale - europeista e atlantica - è il primo punto del suo programma». E tutti, anche più fanatici detrattori del banchiere, hanno sentenziato che con Supermario alla guida di Roma avrebbe riacquisito centralità. Sarà, ma nel primo vertice internazionale Ue-Russia per la cooperazione sui vaccini, l’Italia è stata mandata in bianco.

C’era la Merkel, c’era Macron ma non Draghi. Troppo anti-russo per un invito? Un tempo i mediatori per eccellenza eravamo noi, quelli capaci di dialogare con tutti senza rompere con nessuno. Oggi l’impressione è che Roma, dopo gli sbandamenti filo-russi e filo-cinesi dei precedenti governi, sia l’incarnazione della più pura ortodossia euro-atlantica. Un po’ come mettere un divisa militare a un mediatore culturale. Funziona poco.
Libia. Per il proprio debutto all’estero, il premier Mario Draghi ha scelto il caro vecchio «scatolone di sabbia». Che poi, storicamente, tale non è mai stato. La Libia è un’occasione per l’Italia di rientrare dalla finestra dopo essere uscita dalla porta con la sciagurata mattanza che travolse il governo Gheddafi.

Tornare grandi, tornare centrali. In questo, l’America interventista di Biden potrebbe rivelarsi un alleato prezioso ma già una volta gli americani ci hanno messo in mano la partita e non siamo stati capaci di capitalizzare il vantaggio acquisito. Ora ci cade sulla testa un’altra occasione per confermare, almeno, il nostro status di media potenza, ma soprattutto di attore centrale nel Mediterraneo. Di mezzo c’è di tutto: i flussi migratori, il braccio di ferro con francesi, russi e turchi, la cooperazione economica, energetica e infrastrutturale. I nostri imprenditori sono già pronti a giocarsi la partita. Non è una sfida di poco conto, almeno per noi.
Russia. La recente spy story ha ulteriormente sfilacciato quel sottile filo che legava Roma e Mosca. Un filo, oltretutto, già ben consumato nel tempo da accadimenti più o meno recenti: la caduta del governo gialloverde, la vicenda Savoini e i rapporti con la Lega, la sconfitta di Trump. Eppure, evitare di «regalare» la Russia ai cinesi sarebbe stata una mossa intelligente a meno di non volersi divertire a passare i prossimi anni su una specie di Risiko incandescente.

La verità, come ammettono gli analisti meno viziati dal livore ideologico, è che Vladimir Putin ha piazzato un gran colpo con il vaccino Sputnik V e la foga degli italiani che hanno cercato disperatamente di farsi vaccinare a San Marino, mentre contemporaneamente disdettavano AstraZenaca, è lì a dimostrarlo. Ma ormai il rapporto pare irrecuperabile. Non (solo) per l’Italia ma per l’Europa intera. La recente telefonata di Putin al presidente belga del Consiglio europeo, Charles Michel (non precisamente la reincarnazione di Talleyrand...), ha avuto il sapore di un atto finale. «Bruxelles ha distrutto le relazioni con Mosca», ha sentenziato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. Tornare indietro sarà difficile. E davanti, anziché un mondo multipolare di relazioni complesse, ce ne sarà uno, bipolare, con rapporti semplificati nell’astio reciproco.

Stati Uniti ed Europa da un lato, Russia e Cina dall’altro. Non proprio il più rassicurante dei mondi possibili.

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