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Dall’influenza al Covid-19, breve storia della pandemia

La lettura che è salvifica in questi isolamenti. Da questa mi lascio «influenzare» volentieri e per suoi contagi non desidero vaccini. Per la Covid 19, sì.

Puglia, 66mila persone hanno superato il ciclo di vaccinazione contro il Covid

foto Tony Vece

«Ho avuto il grippe» scriveva, nell’Ottocento, Massimo D’Azeglio. Traduco il francese grippe: l’influenza. Fino agli inizi del Novecento, infatti, il termine «influenza» fu affiancato, con lo stesso significato, dalla parola grippe, forse derivata dal polacco krip, raucedine, o dal francese agripper, aggrapparsi. Al di là delle incertezze etimologiche, il termine grippe si è poi conservato in tedesco e francese, mentre in italiano e in inglese ha lasciato il campo a influenza.

Una «banale influenza», si sentì dire con inaudita incoscienza allo scadere del 2019 e ai foschi albori del 2020 in Italia, e non solo, quando albeggiò, sinistra, la diffusione maledetta della Covid 19 in Italia e in tutto il mondo.

I quali, sgomenti, imbambolati, ancora ignoravano il subisso tempestoso di notizie e notiziari che li aspettavano al varco della più drammatica pandemia da un secolo a questa parte. Le reticenze e i ritardi della Cina nell’avvertire gli abitanti del pianeta non significavano niente di buono. Altro che banale influenza! Influenza?

È attestata con certezza a partire dal Cinquecento e deriva, da un lato dalla convinzione che la malattia fosse causata dalla nociva influenza degli astri, e dall’altro dalla cosiddetta «dottrina miasmatico-umorale» di derivazione ippocratica che dominava in campo medico credendo che le epidemie fossero provocate dai miasmi della materia in decomposizione trasportati dal vento. Prima della scoperta dell’esistenza di germi e batteri, si riteneva, infatti, che le malattie epidemiche fossero causate dalla «mala aria» carica di miasmi umorali, ossia di particelle velenose che si appiccicavano, letteralmente, all’uomo. Questa concezione medievale aveva influenzato a lungo anche la pianificazione urbanistica delle città che, in base alla direzione da cui spiravano prevalentemente i turbini d’aria, provvidero a concentrare sottovento le attività̀ industriali più̀ inquinanti come le concerie, in modo che i loro miasmi influenzali non aggredissero gli abitanti del centro urbano. Vento mefitico per eccellenza era considerato lo scirocco, umido e portatore di particelle infette.

Nell’Ottocento, infatti, era ancora diffusa la convinzione che la causa delle epidemie europee risiedesse in particolare nei venti caldi soffianti dal Sud.

Questi, attraversando i deserti egiziani e i cimiteri sul delta del Nilo, si sarebbero caricati di esalazioni putride di origine animale e vegetale per poi riversarle sulle coste europee del Mediterraneo scatenando terribili pandemie. Oggi l’esistenza di virus e batteri che si diffondono per contatto e per via aerea è un dato medico-scientifico ormai acclarato. Salvo per qualche fantasioso birbante negazionista o per i cialtroni mediatici che tengono banco all’ombra dei nuovi media.

Del resto, per millenni l’uomo ha ignorato che a trasmettere determinate malattie fossero organismi invisibili a occhio nudo. Il primo a parlare di «bestioline viventi» fu, nella seconda metà del Seicento, un commerciante di stoffe olandese, Antoni van Leeuwenhoek, che aveva inventato un microscopio ottico assai più̀ potente e preciso di quelli dell’epoca. A partire dal cervello di una mosca, sezionò e ingrandì̀ di tutto, confermò l’esistenza dei vasi capillari preannunciata da Malpighi e descrisse le fibre muscolari, i primi organismi unicellulari, la struttura del cristallino, i globuli rossi e gli spermatozoi. La scoperta più̀ emozionante, però, fu quella in cui puntò il microscopio su una goccia d’acqua piovana: scorse con meraviglia un universo di minuscoli animalculi «mille volte più piccoli all’occhio di un pidocchio adulto». Aveva scoperto i protozoi.

Ma, nonostante l’uso del microscopio, gli scienziati non capivano ancora la natura di quei minuscoli esseri viventi che riuscivano a vedere. Non s’immaginava che potessero essere proprio quelle bestioline le responsabili di infezioni e malattie. Già dal Medioevo, tuttavia, l’esperienza aveva insegnato che una persona infetta poteva trasmettere la malattia a una persona sana. Per evitare il contagio si ricorreva, quindi, a metodi che avevano dimostrato empiricamente una certa efficacia come la quarantena, l’uso di bruciare oggetti e vestiti contaminati e il confino dei malati in lazzaretti. Lancinante, nella memoria, l’avvilito addio alla sua Cecilia della madre manzoniana dalla «giovinezza avanzata, ma non trascorsa». Meno impegnato il nostro patos studentesco per quella canaglia di Don Rodrigo.

Tra i maggiori pericoli, in quanto veicoli di contagio che viaggiavano da un territorio all’altro passando di mano in mano, vi erano senza dubbio le lettere. Intese non come disciplina umanistica, ma come corrispondenza. A partire dal Cinquecento gli scambi epistolari divennero uno strumento d’uso comune. Per le autorità̀ sanitarie locali si poneva quindi un nuovo problema: come impedire che le lettere fossero un involontario vettore di infezioni? Il concetto di sterilizzazione era ancora incompreso, ma le Deputazioni di Salute dei Comuni italiani inventarono, comunque, vari sistemi per purificare la posta in transito a cui apporre il bollo di disinfezione avvenuta. Il metodo più̀ rapido per proteggere da eventuali contagi almeno il latore, se non il destinatario, era quello di fumigare le lettere così com’erano per poi bollarle con la scritta «netta di fuori, sporca di dentro». Oggi, si dice delle lettere anonime. Anzi, ieri, si diceva. Adesso si usa la spudoratezza impunita della posta elettronica camuffata.

Ho raccontato scampoli della riflessione sulla storia della medicina sollecitata dal mio impegno per il programma televisivo «Elisir» e per affratellarmi con i lettori che, come me, confermano l’affettuosa fiducia nella lettura. La lettura che è salvifica in questi isolamenti. Da questa mi lascio «influenzare» volentieri e per suoi contagi non desidero vaccini. Per la Covid 19, sì. A proposito! Come va con i vaccini, in Puglia? Qualcuno mi può informare anche per lettera. Ma non con la scritta «netta di fuori, sporca di dentro».

Per queste noterelle ho usato qualche pagina del mio ultimo libro. Per faticare un po’ meno. Voglio «fare» Pasqua anch’io. Auguri.

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