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Inaccettabile l’esclusione del Sud dal clou del Recovery

E puntualissima è ripresa anche la pretesa del Nord di avere l’autonomia rafforzata e di tenersi i propri soldi a danno degli altri

L'ingordigia del Nord: loro più autonomi. E i servizi al Sud?

Non hanno aspettato un momento. Non hanno aspettato un momento a escludere il Sud da due programmi-chiave del Recovery Fund: la trasformazione ecologica e quella digitale dell’Italia. Il Sud non c’entra. E puntualissima è ripresa anche la pretesa del Nord di avere l’autonomia rafforzata e di tenersi i propri soldi a danno degli altri.

Non hanno aspettato un momento sotto l’ombrello del governo più nordista della storia. Mentre andrebbe ovviamente in Piemonte e non al Sud la più grande fabbrica italiana di batterie al litio, quelle per le auto elettriche. E mentre il nuovo ministro del turismo, il leghista Garavaglia, scrive nel suo sito <Prima il Nord> come se fosse ministro solo per una parte del Paese. Per il Sud non potevano esserci avvisaglie peggiori. E andranno avanti sempre peggio se non reagisce. Urge una mobilitazione, partendo dai sindaci che hanno scritto a Draghi e sono diventati più di cento.

La ministra Carfagna non potrà rappresentare il Sud nei super comitati che affiancheranno i ministri Cingolani e Colao. Come se parlando di trasformazione ecologica non c’entrasse nulla l’Ilva di Taranto. E come se trasformazione ecologica non significasse dare treni al Sud per liberarlo dai camion e dai pullman che scaricano anidride carbonica. E come se parlando di transizione digitale non c’entrasse nulla il Sud nel quale bambini e ragazzi hanno perso il doppio dei giorni di lezione in aula rispetto a quelli del Nord.

Col rischio di una ulteriore diseguaglianza nell’apprendimento. E di una ulteriore diseguaglianza nel lavoro futuro. E mentre il Covid ha fatto aumentare soprattutto al Sud la povertà. E fatto aumentare del 70 per cento al Sud la richiesta di buoni spesa e di pasti alle mense sociali.

Non dovrebbe avere ragione chi dice che i poteri forti del Nord erano impazziti all’idea che i 209 miliardi dell’Europa fossero gestiti da chi era lontano da loro. Lontani dai soliti loro mondi dominanti in Italia. Lo stesso presidente della Svimez, Giannola, dice (chissà quanto diplomaticamente) che più che i luoghi di nascita dei ministri contano i programmi. Fatto sta che il ministro Giorgetti è di Cazzago Brabbia (Varese), Colao di Brescia, Cingolani di Milano (seppur con liceo e laurea a Bari). E fuori governo, Gorno Tempini, presidente della Cassa depositi e prestiti è di Brescia, il prof. Giavazzi consigliere di Draghi di Bergamo, Cottarelli consigliere di Brunetta di Mantova, il sottosegretario al coordinamento della politica economica Tabacci di Quistello (Mantova). Con le università Bocconi e Cattolica di Milano alle spalle. Il tragitto Bre-Be-Mi, Brescia-Bergamo-Milano. Mentre si candida alla segreteria del Pd il governatore dell’Emilia Romagna, Bonaccini, uno dei paladini dell’autonomia rafforzata con Zaia e Fontana. Quel Pd in cui aumentano le voci per un dialogo con la Lega ex nemico. Un Partito Unico del Nord.

E rispunta appunto come un fiore a primavera quella autonomia rafforzata che dividerebbe l’Italia in una Italia maggiore e una Italia minore. E come è arrivata la terza ondata del virus, con perfetta scelta di tempo nella mancanza di solidarietà nazionale arriva la seconda ondata dell’egoismo e del privilegio territoriale. Sono i presidenti di Friuli e Valle d’Aosta, più le province autonome di Trento e Bolzano ad annunciare di non volere più partecipare al risanamento del bilancio dello Stato. Insomma di tenersi le loro tasse, pur beneficiando di uno statuto speciale che gli consente già di trattenersene buona parte. Ora neanche il resto, infischiandosene di tutti gli altri che soffrono. Quando solo Sicilia e Sardegna potrebbero ancòra essere considerate periferiche. Con la Sicilia che perde 6 miliardi e mezzo l’anno per mancati introiti dallo Stato a fronte di funzioni che si accolla a nome dello Stato.

In questo clima non meraviglia la questione Italvolt, fabbrica che l’imprenditore svedese Lars Calstrom deve aprire in Italia con un investimento di 4 miliardi e 19 mila posti di lavoro. Tutto lascia credere che la sede prescelta sia il Piemonte, dopo visite e sondaggi in Campania e un interessamento alla Calabria. Motivo? Non ci sarebbero al Sud l’accesso a ferrovie e porti, la vicinanza ai nodi autostradali, le infrastrutture di aree industriali. Proprio la debolezza che il Sud denuncia da sempre. E tuttavia se così fosse non ci sarebbe al Sud la Stellantis (ex Fca, ex Fiat) di Melfi. Non ci sarebbe in Campania il gruppo italiano secondo al mondo appunto per componenti. Non ci sarebbe la Bosch a Bari.
Pur essendo un investimento privato, un governo può fare molto. Può farlo dopo che tanti altri governi non hanno fatto nulla per cambiare le condizioni che al momento opportuno sono per il Sud il danno e la beffa.

Ma non era Draghi convinto che il futuro dell’Italia sia solo al Sud? Per ora escludiamone la ministra, e poi si vede.

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