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In Puglia e Basilicata

La riflessione

Sanremo col pubblico: l’ossessione di Amadeus

Sanremo, sarà Amadeus il nuovo padrone di casa e direttore artistico

Amadeus

Al mondo piacerebbe tornare in presenza ovunque. Nei teatri e nei ristoranti, nelle piazze, nelle scuole (cosa che avverrà tra l'altro da lunedì ma con alternanza e con scelte)

29 Gennaio 2021

Enrica Simonetti

E questa volta Sanremo ha superato ogni record. Riesce a far parlare di sé settimane e settimane prima della messa in onda: non ha aspettato lo scandalo, la tetta sfuggita alla bretellina, l'ombelico sfoderato in primo piano, il tentato suicidio in diretta, gli svenimenti, le cadute dalla scale o la farfalla inguinale di Belen.

No, Sanremo ancora una volta compie il miracolo, perché da giorni si parla più del Festival-sì e del Festival-no che del sì o no a Conte. Quest'ultimo sembra quasi un pivello inascoltato se messo a paragone con il dittatore Amadeus, il quale osa: o io in onda con il pubblico o niente!
Un'Italia paradossale dà ancora mostra di sé. Le cronache surreali di questi giorni tritano notizie che farebbero impallidire i sultani e i plenipotenziari della Corea del Nord. I teatri sono chiusi, i teatranti e i musicanti sono in cassa integrazione (quando gli va bene) ma Mamma Rai insiste per il festival che s'ha da fare. La macchina degli spot, l'idea di un pubblico costretto in casa e la prospettiva degli ascolti da record sono diventate miccia di un universo irreale che ora rischia di esplodere.

Soluzioni fantasiose allo studio per arginare le regole: prima è nata l'idea di rinchiudere tutti in una nave da crociera, tamponati e (in)felici, pronti a drogarsi di musica e di interviste scoop. Poi, la voglia di andare avanti come treni e organizzare il festival in presenza e non in Dad, poi ancora il grido minaccioso del conduttore e direttore artistico in giacca e lustrini che sarebbe pronto a lasciare e a salire al Colle (della serie: trovatene un altro!) se non gli viene assicurato un pubblico plaudente. Tra una consultazione e l'altra, è dovuto intervenire il ministro Dario Franceschini, il quale ha ricordato una cosa che in un Paese normale non servirebbe ricordare e cioè che le regole sono uguali per tutti. Se i teatri sono chiusi, lo è anche l'Ariston; se le interrogazioni scolastiche e gli show si fanno senza pubblico, ci sarà una Dad o meglio un Fad (Festival a distanza!) anche nella città dei fiori. In Puglia abbiamo ascoltato tutti gli operatori che in questi mesi stanno vivendo il dramma delle necessarie chiusure: dal sovrintendente della Fondazione Petruzzelli, Massimo Biscardi, al direttore generale della Camerata Musicale Barese, Rocco De Venuto, dal manager teatrale del Teatroteam, Bartolomeo Pinto, al presidente dei Teatri di Bari, Augusto Masiello, dal sassofonista Roberto Ottaviano al coordinatore di Puglia Sounds, Cesare Veronico (le interviste di Ugo Sbisà sono a pagina 17). Tutti, proprio tutti, si chiedono, come se lo è chiesto giorni fa in queste pagine il regista e attore Gabriele Lavia (intervistato da Pasquale Bellini): ma si può pensare di aprire l'Ariston, quasi che lì il virus non avesse il biglietto d'ingresso?
Al mondo piacerebbe tornare in presenza ovunque. Nei teatri e nei ristoranti, nelle piazze, nelle scuole (cosa che avverrà tra l'altro da lunedì ma con alternanza e con scelte). Ma se per ora non si può, aspettiamo tutti insieme. E aspettare in spagnolo si dice esperar, radice non solo onomatopeica di «sperare». Ma la speranza e l'attesa hanno poco a che fare con le cifre milionarie, con la macchina degli incassi e degli spot. «La speranza è quella cosa piumata/ che si posa sull’anima/ canta melodie senza parole/ e non smette mai»: i versi di Emily Dickinson ci mettono in guardia da un ingrediente che troviamo a quintali attorno a noi e cioè le parole senza melodia. Peccato. Almeno quest'anno sognavamo un Sanremo pieno di melodia.

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