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Fino a metà febbraio, l’Italia rischia di avere il 45% delle forniture in meno di vaccini, con la campagna che è così rallentata tanto da essere a rischio le prime dosi vista la necessità adesso di iniziare con i richiami

Articolo quinto: chi ha i soldi ha vinto

Il pasticcio dei vaccini «tanto al chilo» costerà caro all’Italia, come ha confermato il viceministro alla Salute, Paolo Sileri, più medico che politico e quindi abituato a non nascondere i problemi. Le riduzioni di forniture comunicate da Pfizer e da AstraZeneca «faranno slittare di circa quattro settimane i tempi previsti per la vaccinazione degli over 80 e di circa 6-8 settimane per il resto della popolazione». Da oggi infatti le dosi a disposizione saranno utilizzate anzitutto per effettuare il richiamo nei tempi previsti a coloro che hanno già ricevuto la prima somministrazione, cioè soprattutto per gli operatori sanitari.


Una tragedia, con il Covid che preme ancora, le terapie intensive sempre in zona rossa e, purtroppo, centinaia di morti al giorno. E a poco servono le parole del politico ministro degli Esteri Luigi Di Maio: «Iniziamo un’azione legale per avere dosi, non per un risarcimento, di quello non ci facciamo niente. Stiamo lavorando affinché il piano vaccinale non cambi il suo cronoprogramma, stiamo attivando tutti i canali affinché l’Ue faccia rispettare il contratto a questi signori. Se poi il problema è che hanno promesso dosi che non avevano, allora sarebbe gravissimo».
Gravissima è anche la situazione che ne viene fuori. Con un’Europa non in grado di autotutelarsi e che ha ignorato la più elementare legge di mercato: «si vende a chi paga di più».

Che sarà anche un principio pessimo, ma tuttora valido. Secondo i dati a disposizione, gli Stati Uniti pagano una dose del vaccino di Pfizer 19,50 dollari, Israele 28 dollari mentre la Ue 14,50 dollari. Magari è questo il motivo per cui i ritardi nelle consegne stanno interessando soprattutto il Vecchio Continente, in un affare per migliaia di miliardi? La Pfizer del resto era nota fino a questo momento soprattutto per la «pillolina blu» in grado di regalare momenti «indimenticabili» anche a chi non ne aveva più gli strumenti. Un farmaco presto vittima di imitazioni più o meno dagli stessi effetti, ma ben più economiche. Un mercato sul quale ha messo occhi e mani perfino la criminalità organizzata che, a quanto pare, può contare su laboratori chimici di prim’ordine.

Laboratori sui quali, nonostante l’indubbio valore dei ricercatori italiani, non conta invece lo Stato. Perché, Di Maio a parte, quanto sta accadendo con i vaccini si poteva evitare solo incentivando la produzione italiana (il vaccino dello Spallanzani sarà pronto non prima dell’estate). E’ una questione di investimenti e per questo non può passare sotto traccia la linea del ministro 5Stelle che annuncia azioni legali dai tempi infiniti, ma non vuol sentir parlare dei fondi del Mes sanitario.

Invece siamo al mercato della vacche. Anche se i vari contratti stipulati da Pfizer sono sostanzialmente segreti, stando agli ultimi dati forniti dall’azienda inglese Airfinity ci si può fare un’idea di quanto dovrebbe spendere ogni Paese per il fondamentale siero. Israele, dove sono state vaccinate finora 3,3 milioni di persone pari al 38% della popolazione, pagherebbe ogni singola dose la bellezza di 28 dollari, mentre gli Stati Uniti dove i vaccinati sono finora 17,5 milioni sborsa 19,50 dollari. L’Unione Europea stando al report invece avrebbe concordato con Pfizer un prezzo di 14,50 euro a dose, praticamente la metà rispetto a Israele. Con la pandemia che sta continuando a mettere in ginocchio il mondo, Pfizer essendo stata la prima azienda a ottenere il via libera al suo vaccino sarebbe ora sommersa dalle richieste.

Ecco dunque che è stata necessaria aumentare la produzione da 1,3 miliardi a 2 miliardi dosi. Si è così deciso di ampliare lo stabilimento belga di Puurs, che però deve essere fermato per essere ingrandito. Da Puurs partono i vaccini diretti ai vari Paesi Ue, tra cui l’Italia, con Pfizer che ha promesso di recuperare il ritardo dopo la metà di febbraio visto che a seguito dei lavori lo stabilimento potrà produrre di più.

Fino a metà febbraio, l’Italia però rischia di avere il 45% delle forniture in meno, con la campagna che è così rallentata tanto da essere a rischio le prime dosi vista la necessità adesso di iniziare con i richiami.
I ritardi però in questo momento sembrerebbero riguardare soltanto l’Unione Europea e non Stati Uniti e Israele, che pagano di più rispetto a Bruxelles. Roba che ha dell'incredibile, insomma: c’è un’azienda che fa l’azienda trattando meglio i «clienti migliori». Articolo quinto, chi ha i soldi ha vinto.

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