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Non sono certo i corredi funerari a circondare di fascino la recente scoperta di una necropoli ad Ordona, l’antica Herdonia, il sito archeologico presso Foggia, tra i più celebri della Puglia ma anche tra i più esigenti di tutela. Non i corredi funerari, ma un dato che inquieta ed attrae.
Le ricerche sono state condotte sotto la direzione scientifica di Marisa Corrente, ispettrice della Soprintendenza per i Beni archeologici di Puglia. E nel grande sepolcreto tardo-antico riaffiorato in località San Marchitto - siamo nel VI secolo dopo Cristo - sono state finora contate 125 sepolture, che hanno restituito i resti di circa 173 individui, depositati nelle tombe con modesti vasetti funerari o anche qualche umile ornamento personale, come bracciali e campanellini.
Eppure, si diceva, da questa necropoli traspira aria di mistero e di curiosità: ben 5 cadaveri (dei 58 adulti censiti) presentano crani trapanati. Essi appartengono tutti a donne: una percentuale certo non trascurabile, che rimanda a rituali magici o - e sarebbe più sorprendente - alla presenza nell’antica Herdonia di specialisti chirurghi, che praticavano con una certa frequenza perforazioni della calotta. Lo facevano con strumenti a punta di diametro circolare e di piccole dimensioni (dai 2 ai 4 millimetri). Infatti queste pazienti si sottoposero all’intervento - o furono sottoposte con la forza - ma vi sopravvissero, come mostra la ricrescita del callo osseo intorno al foro.
Si sa quanto questa pratica della perforazione del cranio fosse in uso, nell’Europa occidentale, già in epoca neolitica, già da prima del 3.000 avanti Cristo. A quel tempo veniva effettuata con scalpelli di selce, più tardi con quelli di bronzo. E già allora la sopravvivenza dei pazienti a un intervento così invasivo si manifestava piuttosto frequente. Anche gli antichi Greci effettuavano con abilità la trapanazione del cranio: d’altra parte il «Corpus hippocraticum» contiene una precisa descrizione della pratica nell’opuscolo Sulle ferite della testa.
In Puglia il primo esemplare di cranio perforato è attestato a Gravina: apparteneva a un maschio adulto vissuto tra la fine del IV e l’inizio del III secolo avanti Cristo, e sepolto nella tomba a camera riscoperta (negli scavi condotti da Angela Ciancio) lungo strada Santo Stefano insieme al suo gruppo famigliare. Ma di certo sarà ovunque difficile ritrovare una così ampia percentuale di trapanati, come a Ordona.
Già nel secolo scorso gli studiosi cercarono di capire le ragioni e i procedimenti per una pratica così diffusa. Giungendo alla conclusione che «lo scopo di tale tipo di intervento andrebbe ricercato, secondo alcuni, in un rito magico praticato su individui affetti da convulsioni o da “possessione demoniaca”, con l’intento di far uscire lo “spirito del male”, oppure, secondo altri, in una finalità di ordine chirurgico terapeutico, per estrarre corpi estranei, schegge ossee o per esercitare un’azione decompressiva» (La malattia dalla preistoria all’età antica, a cura di G. Alciati, M. Fedeli e V. Pesce Delfino, Laterza ed, 1987).
Che fossero tutte e solo donne le «perforate al cranio» di Ordona, lascia intravvedere un perturbante scenario di disagio femminile. Donne affette da epilessia o soggette a convulsioni violente, viste dai parenti come in preda a qualche spirito maligno. Donne inquiete, forse anche ribelli, in una terra che già nel mito antico si era affermata come luogo di «spose infelici»: nella vicina Salapia le mogli indomite e le promesse spose spiacenti potevano rifugiarsi nel tempio di Cassandra per sfuggire a matrimoni violenti o non desiderati.
Il cimitero riapparso solo in parte - ci spiega Marisa Corrente - apparteneva a una popolazione rurale, attinente a un vicus. Non tutti i defunti hanno accanto a sé il rituale oggetto di corredo funebre, che per l’epoca prevedeva piccole ollette, brocchette in ceramica poco depurata, vasetti di vetro, lucerne di fattura «africana». Insieme agli ornamenti sono stati ritrovati minuscoli campanelli di bronzo che venivano racchiusi nelle manine dei piccoli defunti per allontanare il male anche nell’aldilà. E benché a Ordona sia testimoniata nel VI secolo dopo Cristo la presenza di un vescovo, Saturnino, non è emerso dal sepolcreto alcun oggetto religioso o recante simboli cristiani.
I resti di un edificio, riaffiorato a un lato dello scavo, presenta la struttura di un grande mausoleo funerario a tre ambienti con sepolture all’interno. Anch’esso «un mistero», a dire degli stessi archeologi.
Ora questa ricerca va ad arricchire il già vasto patrimonio archeologico di Herdonia. Dal 1962, anno in cui iniziarono gli scavi condotti dal belga Joseph Mertens al 2000, anno in cui le attività di scavo sembra siano state interrotte, la città daunia ha offerto una ricca campionatura di risultanze, con strutture urbane, strade, domus, terme... che raccontano a sufficienza la storia di questo sito apulo. Ma che al tempo del vicus mostrava già i segni di inarrestabile declino.

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