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Bisogna avere visione del futuro, fantasia e creatività per rilanciare l’economia meridionale e favorire così la ripresa nazionale ed europea

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Se è vero che con i 209 miliardi del Recovery Fund - 82 a fondo perduto e 127 di prestiti - “l’Italia può reiventarsi ancora una volta”, come ha detto nei giorni scorsi la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen; e se è vero che la ripresa del nostro Paese è importante per tutta l’Europa, come ha aggiunto lei stessa; allora non è arbitrario dedurne che la ripresa dell’intero Continente dipende dal rilancio del nostro Mezzogiorno. Più che un sillogismo, può essere un impegno, un programma, un piano di lavoro. Ma, per passare dalle belle parole ai fatti concreti, secondo l’auspicio della presidente europea occorrono “riforme e investimenti”: cioè un’agenda di politica economica che possa impostare la modernizzazione nazionale, a cominciare dalla riforma della burocrazia e del sistema giudiziario.

Tutto ciò insieme a un impiego massiccio di risorse nelle infrastrutture materiali e immateriali (strade e autostrade, porti e aeroporti, scuole e ospedali, banda larga e ultralarga).
“Il programma Next generation Ue – così s’intitola esattamente il Recovery Fund – avrà successo solo se l’Italia prenderà palla”, ha avvertito Ursula von der Leyen con un immagine del linguaggio sportivo. Questo vuol dire che toccherà al nostro governo definire e attuare il piano nazionale per accedere alla quota maggiore dei finanziamenti europei riservata all’Italia, indicando le priorità, gli obiettivi e i tempi di realizzazione. E si tratta di scelte strategiche, proiettate sul futuro prossimo venturo, perché bisognerà restituire alle giovani generazioni quello che stiamo prendendo in prestito oggi sotto forma di debito pubblico. Non solo per fare ripartire l’economia, ma per farla evolvere e diventare “più verde, più digitale e più resiliente”.

Ora non c’è dubbio che le regioni meridionali – e in particolare la Puglia e la Basilicata – possano vantare un patrimonio naturale, storico e artistico che costituisce una grossa risorsa per il turismo, tuttora la nostra prima industria nazionale. Ma occorre estendere e riqualificare questa “offerta”, per cercare di allungare la stagione delle vacanze oltre i due o tre mesi estivi e sostenere l’occupazione nel settore alberghiero. Non basta più, insomma, la formula magica “sole & mare” per attrarre un turismo di qualità, interessato anche nel resto dell’anno alle manifestazioni culturali, alla produzione eno-gastronomica o alla pratica sportiva: dal trekking al cicloturismo, dalla vela al surf e al golf che ha innescato il boom dell’Algarve, la regione più meridionale del Portogallo.

Nel discorso di Ursula von der Leyen, colpisce in particolare il riferimento alle “antiche costruzioni” che caratterizzano gran parte della nostra Penisola – e soprattutto le città e i paesi del Sud - da ristrutturare e rendere più sicure e confortevoli, incrementando l’efficienza energetica. L’edilizia, come si sa, è un altro settore trainante per l’economia, perché coinvolge la filiera della progettazione, dell’impiantistica e dell’arredamento. Oltre a prevedere un’estensione temporale del Superbonus al 110%, forse il governo farebbe bene a studiare la possibilità di ampliare con i fondi europei anche la tipologia di questi interventi urbanistici.

Poi c’è la “questione energetica”. Qui il Mezzogiorno è in grado di garantire un apporto molto rilevante, specialmente per lo sviluppo delle fonti alternative: eolico e fotovoltaico, innanzitutto, ma anche idroelettrico, geotermia, biomasse e biogas. È un “deposito” naturale a cui attingere nel rispetto del territorio e dell’ambiente. Le energie rinnovabili danno lavoro già a oltre dieci milioni di persone nel mondo e si calcola che in Italia gli addetti siano circa il 13% degli occupati. Si tratta di un’industria in rapida evoluzione che richiede “in loco” personale tecnico, da formare e qualificare, offrendo nuove opportunità ai giovani e alle giovani donne meridionali. E auguriamoci che una riconversione ecologica possa finalmente assicurare un futuro all’ex Ilva di Taranto, l’acciaieria più grande d’Europa, nella prospettiva che venga alimentata con l’idrogeno verde per abbattere l’inquinamento e salvaguardare la salute collettiva.

Fra le priorità principali, un ruolo decisivo spetta alla “transizione digitale”, cioè la diffusione della banda ultralarga. Un Internet più veloce può “accorciare” le distanze fra il Sud e il resto dell’Italia e dell’Europa, incentivando le comunicazioni e specialmente il commercio dei nostri prodotti alimentari, sostenuti da un’agricoltura sempre più biologica. In attesa che siano realizzate le infrastrutture materiali più necessarie, come l’alta velocità Bari-Napoli e quella sulla linea adriatica, la Rete è in grado di ridurre il “gap” rapidamente: a condizione, però, che il Mezzogiorno venga privilegiato rispetto alle aree più evolute del Paese, proprio per avviare e favorire la ripresa nazionale. È la teoria del late comer, l’ultimo arrivato, che nella riunificazione tedesca – per esempio – ha consentito alla Germania dell’Est di mettersi al passo con quella dell’Ovest accedendo alle tecnologie più avanzate. È la stessa logica che in Spagna – per citare un altro caso – ha indotto il governo ad anticipare l’alta velocità ferroviaria fra Madrid e Siviglia, nella regione sud-occidentale dell’Andalusia, rispetto al collegamento a nord con Barcellona.

Per “reinventare” l’Italia a partire dal Mezzogiorno, occorre infine una riforma sociale imperniata sul contrasto al degrado dell’ecosistema e sulla lotta alla povertà. Da un recente rapporto della Caritas e di Legambiente, redatto sulla base di vari parametri statistici, emerge che il 60,1% della popolazione meridionale vive sotto livelli accettabili. E non a caso Foggia risulta purtroppo all’ultima posto, fra tutte le città italiane, nella classifica sulla qualità della vita stilata da Italia Oggi e dall’Università La Sapienza di Roma. La direzione verso cui orientare il cambiamento, suggerita da questo studio, è “un nuovo modello di società e di economia, finalmente civile perché capace di generare benefici ambientali e sociali, invece di distruggere risorse naturali, moltiplicando povertà e disuguaglianze”.

Bisogna avere, dunque, visione del futuro, fantasia e creatività per rilanciare l’economia meridionale e favorire così la ripresa nazionale ed europea. Ma è la “lagna” collettiva il nemico più insidioso da cui il Mezzogiorno deve guardarsi: quella spirale negativa di lamentazione, vittimismo e complottismo, contro cui Papa Francesco ha messo in guardia tutti noi, credenti e non credenti, nell’omelia di domenica scorsa dalla Basilica di San Pietro. Fra le “malattie” del Sud, oltre allo Stato accentratore e all’oppressione economica esercitata dal Nord, il nostro illustre conterraneo Gaetano Salvemini - nel suo saggio La questione meridionale (1898) - comprendeva anche “la struttura sociale semifeudale che impedisce la formazione di una borghesia con idee e intendimenti moderni”. Ecco, è passato più di un secolo, ma quell’avvertimento resta ancora attuale.

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