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Siamo uno strano Paese, l’Italia. Che più strano non si può. Per esempio c’è il Covid, la pandemia, ma non lo sappiamo tutti. Una parte soltanto: quella che ha sentito nella sua carne la devastazione che porta, o si è vista portare via una persona amata. E ormai ne abbiamo perse 55.000: come una città intera. L’altra parte nega che il Covid esista. Nicola Piovani, il compositore premio Oscar, è stato ricoverato per cinque settimane, ha visto il lavoro dei medici contro il virus, “in quali difficoltà - ha scritto - sono costretti a operare per curare chi soffre, chi non respira, e questo ha aumentato il mio disprezzo verso i negazionisti.”

Piovani per sua fortuna è una persona giovane; gli anziani, specie se si trovano in una residenza che una ridicola ipocrisia fa chiamare ‘casa di riposo’, spesso non arrivano a manifestare il proprio incredulo dolore. L’Italia non è un paese per vecchi, si potrebbe dire . Perché i vecchi, insomma... “Per quanto ci addolori ogni singola vittima del Covid, - scrisse qualche settimana fa il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti - dobbiamo tenere conto di questo dato: solo ieri tra i 25 decessi della Liguria, 22 erano pazienti molto anziani. Persone per lo più in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese che vanno però tutelate”. Gli anziani liguri hanno ringraziato per la promessa tutela, però, così, ci sono restati male: loro pensavano si essere parte di una famiglia, addirittura memoria e storia di quella famiglia, al cui sforzo produttivo, peraltro, avevano contribuito mandandola avanti. Insomma... Il presidente disse poi di essere stato frainteso (è incredibile quanto fraintendiamo in Italia), però l’idea nel sottofondo dev’essere restata, e nei giorni scorsi l’ha rilanciata un giovane consigliere comunale di Pavia, addirittura presidente della commissione Bilancio. “Ormai questo piagnisteo sulle vittime - ha scritto su Facebook - penso che abbia stufato tanti italiani, per salvare poche migliaia di vecchietti stiamo rovinando la vita, nel lungo termine, a un sacco di giovani.” Il consigliere - è giusto citarlo - si chiama Niccolò Fraschini, e nel breve termine deve averlo assalito un dubbio, e si è dimesso dalla commissione.

La verità è che il Covid ci sta imponendo troppe restrizioni, troppe rinunce. Prendete per esempio adesso che arriva l’inverno. Qui da noi ce ne accorgiamo poco perché non è che abbiamo chissà quali montagne; ma al Nord, è chiaro che la gente vuole andare a sciare.

Premessa prima di proseguire: il turismo alpino è un settore con centinaia di migliaia di addetti che produce un fatturato miliardario; allora l’unica cosa da fare è dare al più presto agli operatori gli stessi ristori che giustamente vanno a tutte le altre attività chiuse per la pandemia. Ma al di là delle legittime posizioni degli operatori, chi preme per l’apertura sono i vacanzieri, quelli che soprattutto a Natale e Capodanno vanno a fare la settimana bianca. E non vogliono rinunciarci perché c’è il Covid.
Ora, non ci sono dati per sapere quanti far loro negano l’esistenza del coronavirus e quanti ritengono che osservando le prescrizioni si possa lo stesso andare sulla neve. Ma basta dare un’occhiata a un filmato degli anni scorsi per capire che una stazione di risalita non è così diversa da una discoteca d’estate. E allora? Viene da chiedersi: ma durante la guerra si andava a sciare l’inverno? (E non diciamo che è una guerra quella che il virus ci sta facendo?) E ancora: se in Italia ci fosse un terremoto con 6 - 7 - 800 morti, chi penserebbe di andare a sciare? E sono 10 mesi ormai che abbiamo un terremoto ogni giorno. E non possiamo aspettare l’anno prossimo per ritornare sulla neve, liberi e sicuri? Natale però non è solo andare a sciare (chi può). Natale, anche se da tanto tempo l’abbiamo trasformato in una festa dello shopping (che contribuisce in maniera importante all’economia, per carità); Natale, si diceva, è ancora la festa della famiglia, e per molti è la festa del presepe, la nascita di Gesù Bambino. Il cenone della vigilia è il momento irrinunciabile per mettere insieme figli, nonni, fratelli, nipoti, cugini, addirittura cognati, e in ogni famiglia ormai c’è qualcuno che vive lontano e che torna a casa per il Natale. Altrettanto e più irrinunciabile per tanti è la messa di mezzanotte, quella che si conclude con la deposizione del Bambino nella grotta. Quest’anno dovremo rinunciare al cenone, sarebbe un assembramento che a gennaio pagheremmo con altre migliaia di morti. E anche la messa sarà anticipata così che alle dieci tutti possiamo essere a casa.
Dobbiamo organizzarci. La cena la faremo in quattro, in sei al massimo, con i nonni; e con telefoni e tablet ci vedremo con gli altri per farci gli auguri. Se si affaccerà un nodo alla gola o una lacrima, li fermeremo e sorrideremo. Pensando all’anno prossimo quando saremo di nuovo tutti insieme. E magari sorriderà anche Gesù Bambino.

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