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Le patrimoniali sono come gli esami della commedia di Eduardo De Filippo (1900-1984): non finiscono mai. Ce ne sono tantissime in vigore, di patrimoniali, a cominciare dall’Imu sulla casa, ma è come se non ci fossero, si fa finta di nulla. Prima o poi, però, spunta sempre l’esigenza di una (nuova) patrimoniale, quasi che le tasse in vigore non sfiorassero minimamente i risparmi (già tassati) degli italiani (non di tutti, in verità). Ogni tanto si fa strada una variazione sul tema, ad esempio il ripudio (parziale o totale) del debito pubblico. Il che, ovviamente, corrisponderebbe a una patrimoniale indiretta, dal momento che i due terzi dei titoli del debito pubblico italiano sono posseduti da cittadini del Belpaese.
Intendiamoci. La tassazione patrimoniale non è una bestemmia. Fra l’altro le va riconosciuto il merito di colpire indistintamente contribuenti onesti e disonesti, fedeli e infedeli del fisco, leali ed evasori.
Ma l’Italia ha davvero bisogno di una scossa (anti) patrimoniale per ripartire o, di balzello in balzello, corre il rischio di subire un colpo micidiale, con buona pace di tutte le speranze di ripresa economica? Obiezione: l’ideale sarebbe tagliare le tasse, anziché alzarle, ma siccome il Covid ha devastato le finanze pubbliche, da qualche parte bisognerà pure racimolare i quattrini necessari per pagare le funzioni dello Stato.

Sulla carta, il ragionamento non fa una piega, se non fosse che lo Stato negli ultimi anni si è messo a spendere di qua e di là, anche prima che il virus scompaginasse la vita sulla Penisola. Il che ovviamente ha appesantito i conti pubblici, contribuendo ad aggravare, da tempo, lo stato di salute di una nazione già compressa da una tenaglia che più soffocante non potrebbe essere: bassa produttività, alto debito.

Chiedere un sacrificio agli italiani attraverso un prelievo patrimoniale potrebbe avere un senso se i soldi incamerati dallo Stato centrale servissero a ridare slancio all’economia. Invece, è pressoché scontato che i denari sottratti agli italiani contribuirebbero a peggiorare lo scenario generale e le posizioni individuali. Per una semplice ragione: verrebbero tolte le risorse proprio a coloro che le potrebbero, vorrebbero o dovrebbero investire. Un boomerang assicurato o, se si preferisce, un autogol degno del miglior Niccolai.
E non è finita. La stessa ipotesi di una patrimoniale (allo studio) è suscettibile di provocare massicce fughe di capitali all’estero o nei più accoglienti paradisi fiscali, al cui confronto i danni causati da evasori e elusori tradizionali somiglierebbero a languide carezze piuttosto che a sonori ceffoni in piena regola.
E quando i capitali se ne vanno, non c’è verso di farli tornare sùbito indietro, a meno che non si introducano allettanti misure di detassazione tipo quelle che hanno consentito l’ingaggio di Cristiano Ronaldo da parte della Juve. In tal caso, però, qualcuno invocherebbe l’intervento di uno psichiatra: infatti da un lato si porterebbe acqua al mulino di chi bolla lo Stivale come un progressivo inferno fiscale; dall’altro si porterebbero munizioni a chi, esaminando le agevolazioni per le assunzioni degli assi stranieri dello sport, denuncia la tendenziale volontà del sistema di trasformarsi in vero e proprio paradiso fiscale. Una schizofrenia di difficile comprensione.
Si dice. La patrimoniale colpirebbe solo i più ricchi, non la totalità della popolazione. Bah. La verità è che, invece, finirebbe per colpire, anche o soprattutto grazie al principio della traslazione di imposta, proprio i ceti più deboli.
Uno, perché se calano gli investimenti, in seguito al fuggi-fuggi dei risparmiatori, a rimetterci sarebbero innanzitutto giovani e disoccupati: gli investimenti sono sinonimo di posti di lavoro. Se non si investe, chi li genera gli impieghi necessari?

Due, perché la soglia minina di 500mila come base di partenza per la botta patrimoniale, non è certo indice di ricchezza luculliana. Sarebbe sufficiente possedere una casa per rientrare nella lista dei «paperoni» da torchiare.
Tre, perché già l’annuncio di una manovra sui patrimoni potrebbe risolversi in una spinta per i super-ricchi a trasferire altrove tutti loro averi, oltre a esportare pure la ragione sociale delle loro imprese. A pagare rimarrebbero tutti gli altri.
Quattro, perché di questo passo i soldi degli altri (cioè dei soliti noti) sono destinati a esaurirsi, il che dovrebbe indurre la classe politica a rinunciare a promesse mirabolanti finanziate con i soldi dei cittadini.
Cinque, perché le tasse si pagano per ottenere in cambio i servizi, prima che per combattere le disuguaglianze. E se i servizi dovessero svanire o dovessero finire per essere pagati a parte, il rischio di un plateale ammutinamento anti-fiscale diventerebbe più probabile di un panettone a Natale.

Sei, perché l’ennesima patrimoniale non è mai garanzia di risoluzione dei problemi, dato che nonostante il continuo aumento del gettito fiscale, in questi anni il debito pubblico ha seguitato a salire, senza pause.
E allora, che fare? Un conto è chiedere un sacrificio a chi, come gli statali, non ha avvertito lo shock economico da coronavirus. Un conto è chiedere un altro pesante sacrificio a chi, vedi molti imprenditori e dipendenti di aziende private, vive da mesi, per colpa del coronavirus, con l‘acqua alla gola. Per quest’ultimi sarebbe la mazzata definitiva, beffarda e insostenibile. Come si può immaginare infatti di prelevare quattrini dai portafogli di chi non ha visto un euro nell’anno di disgrazia 2020, anzi si è svenato fino al punto di stra-indebitarsi per non mollare?
Finale. Speriamo, anzi può darsi, che l’idea della patrimoniale sia stata lanciata soltanto per vedere l’effetto che fa. E che, involotariamente, il suo fantasma possa convincere i più riottosi a utilizzare le opportunità di Mes e affini. Altrimenti, chissà.

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