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Bari, il mare e la colonna miracolosa di San Nicola

«Terramare» potrebbe essere il motto di questa gente che teme e rispetta l’acqua e la terra che, insieme, coniugano, nel nome, il verbo all’infinito: amare

Bari, il mare e la colonna miracolosa di San Nicola

In attesa del presepio a cui daremo di piglio per Santa Lucia, guardandomi attorno in Puglia e a Bari, non mi pare ci siano occasioni per sorridere. Cipigli e spigolature amare, piuttosto, quelli sì, si possono constatare e fare. Ma noi pugliesi siamo industri come le formiche e, dopo il sospiro, scrutiamo in mare la speranza pronta a sbarcare nella nostra terra.

Il viaggiatore che arrivi a Bari dal mare, da un orizzonte evaporato, vedrà un fondale di scena fatto di scogli, roccia, mura, chiese, case, fortilizi, strade e alberi ostinati: un misto di difesa e colloquio tra terra e mare.

È uno spettacolo bello che si delinea in una bruma impalpabile: case, chiese, castelli vecchi e nuovi si offrono come una scena di teatro che aspetta narratori affabili e cantori discreti e rispettosi dell’indole dei cittadini.

È Bari l’operosa, la laboriosa. La città presagio d’oriente, compresa nel dialogo tra le sponde del mare e protesa a convincere le genti della possibilità della pace tra la «regula latina», quella orientale e quella «attica»: tra il mondo arabo e la civiltà italica. I Baresi, operosi e tenaci, sono poco inclini al sentimentalismo quanto pronti all’ironia, autocritici fino all’autolesionismo, ma anche irriducibili difensori della propria «terra-mare», se, appena, se ne allontanano.

«Terramare» potrebbe essere il motto di questa gente che teme e rispetta l’acqua e la terra che, insieme, coniugano, nel nome, il verbo all’infinito: amare. A riguardare le storie, tutto, a Bari, nasce da questa alleanza che le città rivierasche instaurano, lasciando che il mare faccia da strada, anzi da strade, per la conoscenza, per il confronto umano. Basti pensare al sodalizio del capoluogo con Venezia, ricordato dal dipinto sul combusto sipario del Teatro Petruzzelli: la sintesi simbolica dell’arrivo a Bari della flotta della Serenissima del Doge Orseolo per respingere l’invadenza rapinatrice dei Turchi. È storia.

Veridica anche la leggenda il cui riepilogo è tempestivo per ricordare, in carenza di feste, almeno nella narrazione, il dies natalis di San Nicola, quando il «vittorioso tra il popolo» come annotano del suo nome nel calepino agiografico, si trasferì in un cielo più prossimo al Creatore.

Il racconto la dice lunga sull’indole e l’ingegnosità, per così dire, del Barese accreditate con decisione soavemente maliziosa anche al patrono che scelse: San Nicola. Ci voleva un Santo speciale, pronto a sobbarcarsi del carattere dei Baresi. Si narrava di Lui, del suo decisionismo sacro e sornione, della sua intransigenza per la cupidigia, ma, al tempo stesso, della sua umana comprensione per i laboriosi affari, quando erano affari onesti. E i Baresi decisero di andare a prenderlo a Myra, forti di presunte sollecitazioni del Santo a un pio abate, in forma di avvisaglie oniriche. Mi domando se non sarebbe stato più spiccio reperire il patrono in Puglia o in contrade limitrofe, ma non fu, evidentemente, possibile. Trovo risposte convincenti a giustificare la tournée marinaresca, nella penuria, dalle nostre parti, di intatte virtù devozionali o la scarsa inclinazione della nostra laboriosa gente a trascurare i negozi per darsi agli ozi serafici e alle estasi mistiche.

Aggiungerei l’idea non peregrina di attirare pellegrini. Spiegazione, la mia, che nasconde un poco di malizia (barese) nel gioco di parole. San Nicola non se l’avrà a male: è santo cosmopolita e uomo di mondo, pronto d’ingegno, ironico e curioso. Non ama le censure. Una figura carismatica come altre non se ne rintracciavano facilmente in giro, neanche agli albori del millennio: meglio invitarlo di persona a patrocinare Bari. Il resto è agiografia. Ed ecco il racconto dei fatti miracolosi.

Alla vigilia dell'arrivo a Bari di Papa Urbano II per la consacrazione della cripta, quest'ultima non era ancora ultimata: mancava una colonna. L'abate Elia non si perse d’animo e ordinò di metter lì un pilastro qualsiasi.

La notte precedente l'arrivo del Pontefice, le campane della basilica presero a suonare a distesa. Il popolo scese in strada e vide che le porte della cripta erano spalancate e la chiesa era inondata da una gran luce. Chi entrò vide S. Nicola all’opera: con sapienza di capomastro stava alzando la colonna mancante al posto del pilastro. Dopo l’ultimo colpo di cazzuola, Santo Nicola muratore e stiloforo sparì. Alla gente stupefatta non restò che gridare al miracolo. Infermi, ciechi, paralitici guarirono appena toccarono la colonna. Più tardi, alcuni pellegrini riconobbero che quella era una colonna del tempio di Mira. Qui, infatti, si diceva che S. Nicola, pellegrino a Roma, l’avesse avuta in dono da una matrona. Il santo, per il trasloco, la affidò alle acque del Tevere, il fiume la cedette alle acque del mare e, miracolosamente, sulle onde, la colonna era giunta a Mira dove fu posta sulla sua tomba. Alcuni baresi erano certi anche d’averla vista galleggiare nelle acque del porto di Bari quando vi giunsero le ossa del Santo.

Nella scheggia agiografica è facile registrare la persistenza d’acqua e di mare visti come vie di comunicazione, ma, anche, come strade su cui ansima la fatica di vivere unita alla speranza nel domani e alla certezza che ognuno deve essere libero di scegliere la propria identità per camminare nel vento della storia. Qualche città avrà diritto di patteggiare con il mare amicizia e alleanza, complicità e confidenza, senza concessioni rassegnate o ubbidienza servile. Questo, forse, volevano affermare quelli che, a Bari, vollero, intanto, la città, poi i suoi castelli e i suoi negozi, il suo fondaco in armonia con Venezia, le case e la basilica di San Nicola. Più tardi vollero il Teatro in riva al mare. Lo costruirono, lo fecero suonare e cantare e recitare. Poi il nemico della città lo bruciò. E i Baresi di buona volontà lo hanno ricostruito, sempre là, sul mare. E oggi San Nicola fa festa con noi, liberi di sperare di sgominare la nemica pandemia. Anche andando ad accarezzare la colonna nella sua Basilica.

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