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Le grandi manovre sognando il Quirinale

Il conto alla rovescia è iniziato da un pezzo. Mancano all’incirca quindici mesi all’appuntamento politico più importante del Belpaese: l’elezione del Capo dello Stato

Sergio Mattarella, presidente della Repubblica italiana

Sergio Mattarella, presidente della Repubblica italiana

Il conto alla rovescia è iniziato da un pezzo. Mancano all’incirca quindici mesi all’appuntamento politico più importante del Belpaese: l’elezione del capo dello stato. Un’eternità, secondo alcuni. Un fazzoletto di tempo, secondo altri. Sta di fatto che il tema della scadenza quirinalizia sta cominciando a fare irruzione nei ragionamenti di politici e analisti, anche se - come insegna la storia patria - i giochi decisivi, quasi sempre, si svolgono alla vigilia, a volte in corso d’opera, delle votazioni in Aula. Quasi sempre l’esito della corsa al Colle - cui tutti i papabili giurano di non puntare, ma a cui tutti i papabili mirano con la stessa determinazione di un leader aziendale alle prese con il lancio di un prodotto nuovo sul mercato - non è privo di ripercussioni collaterali, in materia di alleanze e di piani di governo.

In occasione dell’operazione Mattarella (2015), ad esempio, andò in frantumi il patto tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, il cui candidato (di Berlusconi) era Giuliano Amato. Quella rottura costò cara all’allora rottamatore, che a stretto giro di posta si ritrovò il Cavaliere in campo avverso, contro il referendum di modifica costituzionale su cui l’attuale numero uno di Italia Viva aveva investito l’intero capitale politico da lui accumulato.

Sbagliare le mosse durante la partita presidenziale può costare caro, a chiunque. Stavolta, a inizio 2022, sbagliare le scelte potrebbe risultare ancora più deleterio per gli erranti, visto che già la riduzione del numero dei parlamentari (ratificata dal voto popolare) è destinata a lasciare sul terreno molti feriti e cadaveri, la qual cosa di sicuro non mette di buonumore gli aspiranti candidati alle politiche 2023. Il taglio dei seggi parlamentari alleggerisce di un terzo i posti disponibili.
Per tutta una serie di ragioni, non sono pochi quanti prevedono un bis di Sergio Mattarella, o perlomeno un bis a tempo determinato, come accadde per Giorgio Napolitano, che accettò (2013) la riconferma a condizione di lasciare l’alta carica una volta avviata la macchina delle riforme. La macchina delle riforme, in Italia, spesso gira a vuoto, perché sono un battaglione coloro che vogliono sedersi al volante. Napolitano, dopo un paio d’anni, prese atto che l’attaccamento alle riforme in Italia è inversamente proporzionale al pressing che le accompagna, di conseguenza rimise i suoi ricordi personali negli scatoloni e salutò amici, collaboratori e corazzieri.

Il bis (temporaneo o no) di Mattarella, anche se più volte escluso dal diretto interessato, avrebbe il merito di stemperare sul nascere le tensioni che, tradizionalmente, caratterizzano le presidenziali made in Italy. Anche per questo valido motivo oggi l’ipotesi del Mattarella-bis si presenta - oggettivamente - come la più probabile, come la più realistica. Cosa succederebbe, infatti, se la battaglia per il Quirinale si concludesse come una battaglia (cruenta) vera e propria, con vincitori e vinti? Come minimo il governo dovrebbe abituarsi a correre sulle montagne russe, con brividi da infarto ad ogni discesa a precipizio. Il partito di maggioranza relativa del governo Conte, ossia il M5S, subirebbe più urti di un’auto in sosta la sera di San Silvestro. Il Pd chiederebbe un cambio di passo, un segnale di discontinuità eccetera e il quadro politico riprenderebbe a oscillare come una canna al vento. Insomma, si scatenerebbe una lunga spirale di crisi (e pre-crisi) ora minacciate, ora annunciate, ora dichiarate.

L’emergenza pandemia oggi rappresenta il principale elemento di dissuasione nei confronti di tutte le tentazioni e manovre crisaiòle che affollano il palcoscenico politico nazionale. Ma la pandemia, incrociamo le dita, non può durare all’infinito. Prima o poi si tornerà all’andazzo ordinario, cosa che la classe politica non vede l’ora che avvenga (al più presto). E in tal caso tutti i giochi potrebbero riaprirsi, facendo saltare amicizie e appartenenze pluridecennali.

Perciò. Fino a quando non sarà affrontata la questione Quirinale, fino a quando la pandemia renderà indispensabile la presenza di un esecutivo nel pieno delle sue funzioni, il governo Conte si reggerà senza particolari scossoni. E se qualche spinta profonda dovesse tramortire la squadra ministeriale, provvederebbe il partito trasversale del no alle elezioni anticipate a salvare il titolare di Palazzo Chigi e tutti i suoi alleati.

E comunque. Governare oggi, nel pieno della più insidiosa crisi sanitaria del dopoguerra, tutto è tranne che una passeggiata. Il che induce i possibili aspiranti al rango di «premier» a chiudere gli attrezzi del mestiere in attesa di giorni migliori.

Meglio, molto meglio impegnarsi per il Quirinale, pensano sotto sotto gli autocandidati. Ma il Quirinale è il Quirinale, che non a caso era la vecchia residenza dei papi: chi vi entra da papa, quasi sempre ne esce da cardinale.

Intendiamoci. Un incidente di percorso, imprevisto, può capitare a chiunque. Anche a un governo più blindato di un ordigno atomico. Può capitare che il Covid, l’anti-Covid o il dopo-Covid, possano dare fiato a problemi irrisolvibili. Ma, allo stato, non si notano avvisaglie in tal senso. Anzi, potrebbe pure verificarsi il contrario, col vaccino ricostituente in campo, che inietterebbe forza innanzitutto al governo. Che sembra disporre di una sostanziosa carta di riserva: la strategia dell’attenzione (collaborazione) reciproca, non soltanto tra Silvio Berlusconi e Giuseppe Conte, ma anche tra il Cavaliere e quelli che un tempo lo volevano disarcionare.

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