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Tecnostruttura smascherata alla doppia sfida dell’epidemia

Tecnostruttura smascherata alla doppia sfida dell’epidemia

Il Belpaese dispone di staff progettuali in grado di utilizzare immediatamente le opportunità fornite dall’Unione Europea? La vicenda calabrese, punta dell’iceberg di una burocrazia interna ed esterna alle Regioni, autorizza a rispondere di no

15 Novembre 2020

giuseppe de tomaso

Verrebbe da dire che non si salva nessuno e che, da Nord a Sud, lo spettacolo della classe dirigente, nel secondo tempo del Covid 19, non ha bisogno di recensioni particolari. Si commenta da solo. Ma non bisogna cadere nella trappola del comodo qualunquismo, il cui peccato originale è di voler semplificare problemi complessi per fini, pressoché unici, di popolarità mediatica. E comunque se l’inadeguatezza delle classi dirigenti fosse un’esclusiva italiana, il resto del mondo se la passerebbe assai meglio dopo l’assedio da parte della pandemia. Il che non è.

Ciò detto, la realtà sotto gli occhi di tutti non ha bisogno di esegeti specializzati. Non è tanto o solo la classe politica, vedi le incapacità dimostrate sùbito in Lombardia e i duelli ancora in corso in Campania, a palesare tutti i propri limiti. È anche o soprattutto l’alta dirigenza del Paese ad aver fallito la prova più impegnativa cui possa essere chiamata chi, per studi e carriera, dovrebbe fare della competenza il proprio fiore all’occhiello, oltre che la propria cifra professionale.

Si fa presto a dire che è tutta colpa degli eletti e, di conseguenza, degli elettori che li hanno scelti. Ma qual è il tasso d’efficienza della classe burocratica, del management pubblico, di coloro che costituiscono l’ossatura centrale e periferica dello stato? Beh. Qui lo Stivale paga lo scotto più pesante. Qui si avverte la sostanziale differenza tra il Belpaese e nazioni come Francia e Germania. La prima, la Francia, grazie all’impulso fondamentale di Napoleone (1769-1821) ha investito una fortuna nelle scuole ad alta formazione e specializzazione burocratica. La seconda, la Germania, ha ereditato dalla Prussia bismarckiana le doti organizzative tipiche di quella tradizione militare. I risultati si sono visti anche col Covid. Certo, anche Francia e Germania continuano ad essere allarmate, sperando negli effetti taumaturgici del vaccino prossimo venturo. Ma di sicuro le risposte, le prestazioni della loro classe dirigenziale si sono dimostrate, in questi mesi, più confortanti di quelle italiane.

Esiste, dunque, un problema di selezione di quella che un tempo si sarebbe definita tecnostruttura. È una questione, per certi versi, assai più decisiva e urgente della qualità della classe politica, dato che i politici passano, ma i tecnici restano.

Una volta i cosiddetti governi tecnici rappresentavano, ovunque, l’aspirazione più diffusa in tutti gli strati elettorali. La politica era raffigurata come la sentina di ogni nefandezza gestionale. La tecnica era dipinta come l’unica possibile cabina di comando che avrebbe assicurato la navigazione più sicura e più spedita. L’esperienza sta a testimoniare che così non è e che l’emergenza sanitaria determinata dal Coronavirus ha alzato il velo sull’emergenza burocratica causata da una lunga lista di fattori: declassamento del merito, lottizzazione spinta, dequalificazione della scuola, abbandono di ogni criterio competitivo-comparativo nella scelta di dirigenti e funzionari.

Il caso Calabria (l’incaricato di redigere il piano anti-virus si dichiara ignaro dei suoi compiti) è forse un caso estremo. Ma nessun lembo della Penisola può dirsi al riparo da simili contagi mediocratici. È sufficiente assistere a certe interviste tv, che oltrepassano, nel grottesco occasionale e nella comicità seriale, anche la verve satirica più immaginifica di un Maurizio Crozza in stato di grazia. E quando la realtà supera la fiction, quando la cronaca anticipa il romanzo, c’è poco da stare allegri. Nulla è più preoccupante, sconsolante e deprimente, di un dramma collettivo a rischio farsa.

E poi dicono. Se si fossero acchiappati sùbito i soldi del Mes (Meccanismo europeo di stabilità), gli ospedali italici non avrebbero sofferto il collasso, come in parecchi casi è accaduto. Giusto. Ma il Belpaese dispone di una tecnostruttura, di staff progettuali in grado di utilizzare immediatamente le opportunità fornite dall’Unione Europea? La vicenda calabrese, punta dell’iceberg di una burocrazia interna ed esterna alle Regioni, autorizza a rispondere di no. Autorizza a porci seri dubbi sulla preparazione strutturale di chi dovrebbe affrontare l’attuale emergenza e, soprattutto, il dopo-emergenza, ossia il periodo più insidioso, quando i riflettori mediatici saranno spenti e si dovrà affrontare una questione straordinaria da ricondurre a problema ordinario.

Si ripete, fino alla noia, che bisogna investire nel sapere, nella conoscenza e nell’innovazione, salvo poi fare di tutto per ritardare l’ingresso di giovani medici e dei giovani laureati in genere nel mondo delle professioni, e salvo infine piangere sulla fuga (ininterrotta) dei nostri cervelli. Infatti. Ma se non si investe nell’alta qualità, se non s’investe nella realizzazione di altre scuole di eccellenze per manager pubblici e manager privati (come avviene oltre frontiera), è quasi inevitabile che, in casi disperati, oggetto di inchieste giudiziarie, si scelgano in settori come la sanità, commissari che, per citare ancora l’esempio calabrese, stanno agli ospedali come Donald Trump sta all’autocontrollo.

Purtroppo, in Italia, la cultura (sic) dell’uno vale uno non è nata ieri, né è figlia solitaria di una stagione politica. Viene da lontano e già da un pezzo ha cominciato a produrre danni. Viene dall’idea che la produttività, dappertutto, sia sinonimo di sfruttamento e cottimo. Viene dall’idea che l’impegno, specie se addizionale, vada disincentivato perché mortificante per i meno laboriosi. Viene dall’idea che la stessa scuola debba (solo) educare, anziché istruire. Logico che il patrimonio professionale, anno dopo anno, debba erodersi costantemente, anche nell’alta burocrazia.

Servirebbe una rivoluzione culturale che andasse in direzione opposta agli stilemi tuttora di moda. Ma non è semplice. Se questa rivoluzione non scatta dalla scuola, da dove dovrebbe scattare? Già. Per prima cosa, la scuola dovrebbe cessare di essere un promozionificio, e successivamente dovrebbe essere condotta al centro di ogni progetto di crescita economica. Una parola.
Buona domenica.

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