Martedì 19 Marzo 2019 | 15:54

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Vivere nel terminal non è solo da filosofo

di Enzo Verrengia
di Enzo Verrengia

Si può condurre l’esistenza quotidiana in un luogo destinato al transito, al passaggio? Ci prova Alain de Botton, filosofo svizzero naturalizzato inglese. Per qualche tempo vivrà e, soprattutto, scriverà nel terminal 5 di Heathrow, il maggiore scalo aeroportuale londinese. Naturalmente, sotto gli occhi dei media. Come quando Georges Simenon, per dimostrare la prolificità della sua ispirazione, scrisse un romanzo circondato dai vetri di un padiglione in cui il pubblico lo osservava.
Anche quello di de Botton è esperimento culturale. La disanima dei non-luoghi, così denominati dall’antropologo francese Marc Augé. Secondo quest’ultimo, gli spazi deputati della civiltà post-moderna, dagli aeroporti ai centri commerciali, passando per i motel e gli autogrill, nonché le arcades metropolitane, sono privi di quel senso d’identità che crea il concetto abitativo. Insomma, i grandi templi dell’assembramento pubblico disarticolano la convivenza. O meglio, come scrive Augé, «sono installazioni necessarie alla circolazione accelerata delle persone e dei beni». Mentre de Botton potrebbe dimostrare il contrario. Dappertutto si trova quella che lo psicanalista James Hillman chiama «l’anima dei luoghi». Il filosofo francese Gabriel Marcel parlava di «homo viator», titolo di un suo celebre saggio.
De Botton, più semplicemente, dichiara: «Ho sempre sognato di stare al posto degli uomini con le bandierine, quelli che si vedono arrivare addosso gli aerei in parcheggio. Mi hanno assicurato che mi ci porteranno di notte, quando c’è meno traffico». Infatti, il filosofo «accampato» ha l’accesso alle strutture aeroportuali. La sua impresa è finanziata dalla Baa, la società che gestisce Heathrow.
D’altronde, gli urbanisti hanno da tempo definito i panorami degli spostamenti, dei nomadismi, che segnano la graduale appropriazione della natura da parte dell’uomo. Sull’argomento, si esprime l’architetto Francesco Craveri, che vi ha dedicato il volume Walkscapes (Einaudi, pag. 176, euro 17,00): «Il camminare produce luoghi… l’unica architettura simbolica capace di modificare l’ambiente era il camminare, un’azione che è simultaneamente atto percettivo e atto creativo, che è contemporaneamente lettura e scrittura del territorio».
Considerazioni che si moltiplicano all’infinito se sviluppate intorno alle potenzialità di un aeroporto. Allora Alain de Botton si candida a produrre non il semplice elogio di un paradosso, quanto, piuttosto, il capovolgimento della prospettiva consolidata. Forse, i non-luoghi sono ormai divenuti gli unici spazi concepibili.
All’inizio di questo primo decennio del XXI secolo aveva avanzato le stesse tesi un altro intellettuale, Pico Iyer, autore di The Global Soul, l’anima globale, inedito in Italia. Il libro è un’appassionata e sconcertante esposizione dei motivi che rendono lo spaesamento la condizione abituale dell’individuo contemporaneo. Da ogni aeroporto si decolla verso la società e il mercato del globale, che costituiscono una «casa aliena», titolo del capitolo conclusivo del volume di Iyer.
Il tutto spinge all’estremo la situazione tragicomica di The Terminal, il film girato da Steven Spielberg nel 2004, con protagonista Tom Hanks. L’attore vi interpreta Viktor Navorski, bloccato all’aeroporto newyorkese JFK da una rivoluzione nel suo Paese che lo rende apolide. La trama è ispirata alla vicenda dell’iraniano Mehran Karimi Nasseri, che dal 1988 al 2006 visse nell’aeroporto parigino Charles de Gaulle come rifugiato politico, dopo l’ascesa al potere del nuovo regime di Teheran.
In questo caso, la permanenza nel non-luogo derivava da una necessità, da una contingenza. Invece quella di Alain de Botton è un’opzione che pare ormai obbligata.
Un antecedente letterario è il personaggio chiave di Un uomo allo zoo, di David Garnett. John Cromartie, giovane aristocratico, decide di andare a vivere nella gabbia di uno scimpanzé e di un orango per rivalsa sulla fidanzata, con la quale è venuto ai ferri corti. Un darwiniano ritorno alle origini dell’anello mancante fra l’«homo sapiens» e i primati. Dove il non-luogo è l’habitat artificiale che le creature intelligenti hanno costruito per le altre specie.
In Un cielo più piccolo di John Wain, autore della scuola degli «arrabbiati», Arthur Geary è uno scienziato stanco della professione e della famiglia che va a vivere nell’albergo della stazione londinese di Paddington. Qui, anonimo e solo, si rilassa, osservando l’umanità di passaggio.
Il non-luogo porta allo scoperto la provvisorietà del reale, soprattutto con le ultime trasformazioni. Spostamenti rapidi e coercitivi, niente più lavori stabili, la famiglia si dissolve e la comunità diviene multietnica. Come la folla di un aeroporto.

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