Domenica 24 Marzo 2019 | 11:49

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Così riusciamo ad autodistruggerci

di Giorgio Nebbia
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Quando ero bambino (moltissimo tempo fa) ho imparato il proverbio: «Prima acqua di agosto/Rinfresca il bosco», ma da oltre un mese la maggior parte dell’Italia è sotto una cappa di caldo torrido e di «prima acqua di agosto» e di fresco non c’è traccia. Come al solito ci sono due scuole di pensiero: alcuni ritengono che ciò dipenda dai soliti mutamenti climatici dovuti all’immissione nell’atmosfera di gas a «effetto serra» da parte delle attività umane di produzione e di consumo; altri ritengono che in certe stagioni ci sia stato da sempre «un gran caldo» e in altre «un gran freddo», indipendentemente dal numero di automobili, dal consumo di carbone e petrolio, dalla distruzione delle foreste, dal numero delle mucche che, con il metano che emettono durante il metabolismo, alterano l’equilibrio energetico del pianeta, insomma dal lodato e vituperato Prodotto Interno Lordo.
Chi avrà ragione? La storia delle modificazioni umane della superficie del pianeta ha interessato, fortunatamente, molti studiosi. Citerò soltanto l’americano George Marsh (1801-1882), autore del celebre libro, «L'uomo e la natura, ossia la superficie terrestre modificata per opera dell'uomo» (1872) e gli atti di un convegno sulle modificazioni della Terra ad opera dell’uomo, pubblicati a Chicago a cura di W.L. Thomas nel 1956, un tema ripreso nel 2008 dal geografo Virginio Bettini, nel volume: «L'uomo cambia la faccia del pianeta. Mezzo secolo dopo il simposio internazionale “Man's role in changing the face of the Earth”». Un interessante contributo al dibattito sui rapporti fra attività umane e clima è contenuto nel libro di Mike Davis, «Olocausti tardovittoriani. El Niño, le carestie e la nascita del Terzo Mondo», pubblicato da Feltrinelli nel 2002.
IL CLIMA FRA COLONIALISMO E CAPITALISMO. L'autore è uno storico e geografo americano, autore, fra l’altro, di due libri sulla crescita e fragilità di Los Angeles, intitolati: «La città di quarzo» (manifestolibri), e «Geografia della paura», (Feltrinelli). In «Olocausti tardovittoriani», Davis passa in rassegna quanto le cause delle carestie, della fame e dei relativi olocausti che hanno colpito l'Asia, specialmente l'India e la Cina, ma anche l'Africa e il Sud America, nella seconda metà dell'Ottocento, dominato dalla grande regina Vittoria che ha regnato sull’Inghilterra e sul suo grande impero coloniale dal 1837 al 1901, quasi un secolo, appunto, quello «vittoriano».
Anche quelle carestie sono state provocate dal brusco cambiamento delle secolari successioni di piogge e di periodi secchi, a sua volta dovuto contemporaneamente, sia a fenomeni «naturali», sia a profonde modificazioni delle condizioni del suolo provocate dai cambiamenti delle coltivazioni agricole e della copertura vegetale e forestale. Tra i fenomeni «naturali» un ruolo importante hanno le oscillazioni della temperatura degli oceani centrali e meridionali con conseguenti alterazioni del ciclo dei monsoni, attribuite all’influenza delle oscillazioni periodiche (ogni 11 anni) dell'intensità e del numero delle macchie solari. Tali oscillazioni si verificano verso Natale e possono essere verso «il caldo» (El Niño) o verso «il freddo» (La Niña).
I rapporti fra commerci e clima sono ben illustrati dal caso dell’India, colonia dell’impero britannico per tutto l’Ottocento, i cui governatori avevano «il dovere» di trarre dalla colonia le merci, fra cui il cotone e l’indaco, che erano in grado di assicurare i massimi profitti, in patria, all'industria manifatturiera. L’industria britannica esportava poi i tessuti, ottenuti dalle materie prime indiane, ad alto prezzo nella stessa India e nelle altre colonie, impoverendo e facendo indebitare gli abitanti, i quali avevano sempre meno denaro per acquistare anche un minimo di alimenti.
UNA SPIRALE PERVERSA. Si realizzava così, in aggiunta ai mutamenti climatici «naturali», la spirale perversa: sfruttamento del suolo per sostituire i prodotti agricoli alimentari con quelli da esportare in Inghilterra a basso prezzo, diminuzione delle rese e dei raccolti di prodotti alimentari e aumento dei relativi prezzi e conseguenti carestie; importazioni ad alto prezzo di manufatti dall'Inghilterra, diminuzione del denaro disponibile per acquistare prodotti alimentari, pressione per aumentare i redditi dei contadini con la crescente produzione e vendita di prodotti industriali, e così via.
Questo è il capitalismo. Una situazione aggravata da pessimi, corrotti e soprattutto stupidi amministratori inglesi e locali. Il tutto pagato dal proletariato con milioni di morti. Ma anche la produzione del cotone indiano entrò in crisi: a partire dal 1873, finita la guerra di secessione (1861-1865), dagli Stati Uniti arrivarono in Europa grandi quantità di cotone a basso prezzo; crollato il prezzo internazionale del cotone i proprietari terrieri delle colonie guadagnarono un po' di meno, ma i contadini videro calare il già scarso reddito, dovettero affrontare maggiori costi dei prodotti alimentari e si trovarono di fronte ad una terra impoverita.
I governatori imperiali sono andati via, le colonie hanno acquistato una libertà politica, ma le regole che preparano e moltiplicano i disastri climatici sono ancora le stesse, anzi sono estese a livello mondiale. Questa è la globalizzazione. Nei tempi «vittoriani» c'era un «mondo» di poveri e poverissimi sfruttato che subiva le conseguenze dei disastri ecologici provocati dai colonizzatori; adesso esiste un solo mondo che distrugge se stesso e gli altri, con un Sud del mondo che cerca di assimilare più rapidamente possibile i modelli di consumi e di distruzione ecologica dei Paesi del Nord del mondo. Chi ci salverà?

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