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L’Europa vuole per il Sud 135 miliardi (non solo 71)

Il futuro del Sud ma anche dell’Italia si gioca in questi giorni. La crescita della nazione sarebbe come al solito la più bassa se si continuasse a non far sviluppare il Sud insieme al resto del Paese

E pensa tu se il Sud non fosse ignorato

No, non possono farlo anche col <Recovery Fund>. Non possono lasciare l’Italia divisa in due, anzi peggio, con un divario ancòra maggiore fra Sud e Centro Nord. Questo avverrebbe se passasse la percentuale del solo 34 per cento per il Sud, ipotesi che anche due commissioni del Senato hanno bocciato. Si entrerebbe in conflitto con l’Europa che, se ha concesso all’Italia 209 miliardi, molto più di quanto le sarebbe spettato, lo ha fatto perché in Italia c’è il Sud. C’è cioè l’area di ritardato sviluppo più ampia del continente. Una situazione di diseguaglianza inaccettabile per un’Unione che fa uno sforzo storico non soltanto per il Covid. Ma soprattutto perché tali differenze di sviluppo vanno a danno della finalità stessa dell’Unione.

Il futuro del Sud ma anche dell’Italia si gioca in questi giorni. Perché anche la crescita dell’Italia sarebbe come al solito la più bassa se si continuasse a non far sviluppare il Sud insieme al resto del Paese. Se si continuasse a dire che la situazione del Sud è una faccenda che riguarda solo il Sud, quei venti milioni di persone se la vedano per conto loro e non disturbino gli altri. Continuando così con la media dello 0,2 per cento di incremento di Pil all’anno quando non è recessione. Un Paese che non riesce a vedere quanto il Sud possa essere la salvezza di tutti. E con i giovani che se ne vanno anche dal Nord perché in un Paese così non ci vuole restare più nessuno.

Quanto dovrebbe andare del Recovery al Sud? I criteri che l’Europa ha stabilito per la ripartizione dei 750 miliardi totali di aiuti sono tre. La popolazione, il reddito pro-capite, il tasso medio di disoccupazione negli ultimi cinque anni. Ora il reddito medio pro-capite del Sud è di 19 mila euro rispetto ai 33 mila del Centro Nord. La disoccupazione è oltre il doppio (17,8 per cento contro 7), con poco più di un giovane su due che lavora mentre l’altro quasi sempre emigra. In base a questi dati il Movimento per l’equità territoriale ha calcolato che dei 209 miliardi al Sud ne dovrebbero andare 135 (il 64,5 per cento), al Centro Nord il 35,5 per cento. Sarebbero del resto le stesse conclusioni dell’Europa.

Invece anche questa volta è riecheggiato il <Prima il Nord>. Con tutto il sistema dei poteri forti, dalla grande industria, alla grande finanza, alla grande informazione, alla stessa politica. Prima il Nord perché ha avuto i danni più gravi dalla pandemia. Prima il Nord perché è la locomotiva che muove l’intero Paese. Ma già le previsioni dicono che l’anno prossimo il Sud crescerà meno della metà e recupererà meno della metà della sua disoccupazione rispetto agli altri. E quanto alla locomotiva, è quella stessa sfiatata che da vent’anni produce l’ultimo posto in Europa. Mentre lo sviluppo per tutti può venire solo dove meno ce n’è. Se messo in condizione di farlo. Serve un’altra locomotiva.

Come invece viene trattato il Sud? Lo dicono i Conti pubblici territoriali, organo dello Stato. Ogni anno almeno dal 2009 sono sottratti al Sud 61 miliardi di spesa pubblica che gli spettano solo in base alla sua popolazione, non come di più per colmare il divario. Lo ammette la stessa legge nord-leghista sul federalismo, che prevedeva per il Sud una spesa diversa e più alta di quella <storica>. E prevedeva anche una perequazione infrastrutturale che se fosse stata rispettata avrebbe portato anche al Sud, ad esempio, l’alta velocità ferroviaria. L’Eurispes ha calcolato 840 miliardi in 17 anni sottratti al Sud e spesi al Centro Nord. Cioè un meridionale di Crotone ha pagato di tasca sua ogni assunzione fatta a Brescia.

Ora che si potrebbe cambiare nell’interesse di tutti, e non con i soldi italiani, non lo si farebbe neanche con quelli europei. Col rischio che Bruxelles si tiri indietro con lo stanziamento, altro che 209 miliardi, se non fosse destinato al Sud nella percentuale indicata. E con la fine definitiva non solo del Sud ridotto a un deserto. Ma con la deriva dell’Italia verso la posizione di una Romania. In omaggio a un egoismo territoriale che non riesce a vedere il Paese come un unico Paese. Con una parte che estrae risorse dall’altra dicendo il contrario.

Settimana decisiva. Sono state le Commissioni bilancio e politiche europee del Senato a lanciare l’allarme. Con una relazione un cui paragrafo dedicato al Sud rileva che la clausola del 34 per cento, relativa alla sola popolazione residente, <non appare sufficiente a operare l’atteso riequilibrio e la riduzione del divario>. Ma mancano alla battaglia appena cominciata le voci del Sud, come se non rischiasse l’inizio della sua fine. Il fatto è che la fine non sarebbe diversa anche per il resto d’Italia, convinta di poter fare un colpo a danno altrui come sempre.

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