Martedì 26 Marzo 2019 | 23:30

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Le donne di Puglia a furor di penna

di Pietro Sisto
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La Puglia fino a qualche decennio fa non brillava certamente per la presenza di narratori e romanzieri e tanto meno note erano le scrittrici che pure, in qualche caso, hanno avuto la forza di imporsi  anche al di fuori dei confini regionali: basti pensare, tra le altre, a Wanda Gorjux o a Biagia Marniti, a Rina Durante oppure ancora a Maria Teresa Di Lascia.
A restituire una dignitosa notorietà alla nostra letteratura al femminile ci ha pensato Patrizia Guida dell’università di Lecce con una lunga, puntuale «galleria» (Scrittrici di Puglia) che si apre con i ritratti di un gruppo di poetesse del tardo Rinascimento tra le quali spicca Dorotea Acquaviva, sorella del conte di Conversano Giangirolamo, accostata da molti cronisti  del tempo alle più grandi scrittrici italiane, e che si chiude con la figura di Maria Marcone, simbolo di un’intera generazione nata tra le due guerre mondiali e di un’epoca segnata nel bene e nel male dal convulso tramonto della civiltà contadina.
Difficile, quasi impossibile dar conto di tutte le scrittrici sulle quali la studiosa si sofferma soprattutto per evidenziare le loro posizioni rispetto ai temi dell’emancipazione femminile, della misoginia, delle virtù e dei vizi delle donne che tra l’altro furono trattati nel cuore dell’età medievale anche da Schiavo da Bari, mercante, giudice e poeta vissuto tra XII e XIII secolo, il quale non mancò di dare al figlio Silvestro precisi suggerimenti e utili consigli su un tema così delicato: «Le roffiane/ da chasa le ti scaccia chome chane:/ s’elle non fusser, non sarien puttane,/ e spesso fan le buone; che son vane;/ folleggiare./ Femmina buona, sì, si deve amare,/ et quella è da servire et onorare;/ a quella non però manifestare/ onni tuo facto».
E un interesse non certo minore per l’altra metà del cielo dimostrò l’umanista salentino Antonio De Ferrariis il Galateo che da un lato lamentò l’influenza negativa dei costumi spagnoli sulle donne pugliesi («Dio volesse che le matrone e le fanciulle italiane non avessero mai appreso i costumi spagnoli! Imperocché sarebbero più vereconde, più ossequienti agli uomini e meno superbe»), dall’altro invitò Bona Sforza, duchcessa di Bari e poi regina di Polonia, a non abbandonare gli studi e i libri perché così non solo si sarebbe distinta dalle donne e dalle fanciulle «comuni», ma avrebbe potuto comandare sugli uomini: «voi altre, che avete il compito, poiché così ha voluto la fortuna, di comandare anche gli uomini, sfogliate libri di santi e di filosofi, imparate a seguire l’esempio delle donne illustri, per sembrar degne di aver il potere di comandare anche gli uomini, in quanto la fortuna ha raccolto in voi tutti i suoi doni e tutti i suoi beni… Dà le rocche alle ancelle, dividi la seta nelle ceste; tu lavora, attendi a cure più elevate, alle scritture profane e sacre».
E se è vero che nel corso dell’Età moderna furono veramente poche le donne che riuscirono a manifestare il proprio talento letterario (solo quattro «pastorelle» pugliesi provenienti da Bitetto, Acquaviva, Lecce e Tricase si iscrissero all’Accademia dell’Arcadia), è anche vero che nei primi anni del XVIII secolo l’abate Giacinto Gimma si batté con coerenza e fermezza per affermare l’assoluta parità intellettuale tra i due sessi. Una parità di cui fu sicuramente capace Orsola Garappa, coltissima nobildonna di Terlizzi, assidua frequentatrice del sodalizio riformatore e massonico di Felice Lioy e Ferrante De Gemmis, alla quale l’abate Genovesi scrisse alcune lettere per discutere di «altissima filosofia», «della natura della mente umana e del vincolo che passa tra lei e il corpo», quasi dubitando potesse trattarsi di una donna.
E tra Otto e Novecento - osserva l’autrice nella parte conclusiva del volume - l’impegno intellettuale delle scrittrici pugliesi proseguì tra esplicite richieste di emancipazione e accorati richiami al tradizionale ruolo di moglie ossequiosa e madre premurosa, a una sorta di «conformismo ideologico che ruotava intorno ad un ideale femminino di subalternità» e che non poteva farsi portavoce di vere e proprie istanze sociali e politiche. Un conformismo di cui si fece interprete  anche un noto intellettuale come Armando Perotti il quale, di fronte ai rischi e ai pericoli della modernità, allo spauracchio del voto alle donne, della riforma del diritto di famiglia, del divorzio ecc. , «a costo di passare per più codino di quel che era», scrisse in una pagina di Bari ignota: «C’è qualche cosa di più mostruoso del mostro oraziano, che ha testa umana, collo equino, corpo d’uccello e coda di pesce; c’è qualcosa di più orribile ancora. Ed è la donna coi calzoni».
Il resto, come è facile intuire, lo fece il fascismo che anche in provincia, qui da noi, riuscì ad organizzare «fasci femminili», ad  introdurre il testo unico di Stato nelle scuole elementari con l’ostunese Oronzina Quercia Tanzarella, a chiedere a donne colte e intelligenti di assecondare le esigenze propagandistiche del regime, insomma di trasformarsi da scrittrici in scribacchine, allineandosi così pienamente e disciplinatamente al pensiero di chi riteneva che la donna  andasse «tenuta al guinzaglio non perché fosse un animale feroce, ma perché era una creatura debole».

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