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Nella notte della Taranta un Sud di gioia e di civiltà

di Carlo Lucarelli
di Carlo Lucarelli*

Ci sono due grandi nemici per chi, come me, arriva ad un evento come la Notte della Taranta da neofita e forestiero. Uno è l’effetto prima volta. Tutto è nuovo, tutto è inaspettato, tutto è così esotico che per forza sembra bello, salvo poi ridimensionarsi la seconda volta.
L’altro grande nemico è l’effetto aspettativa, per cui arrivi talmente pieno di attese e entusiastici pregiudizi che quello che realmente vedi non può che deluderti.
 Tutto questo, però, vale per un evento normale. Con la Notte della Taranta –e io questo un po’ lo sapevo- non è così. Qualunque qualunque atteggiamento preconcetto viene spazzato via da questa incredile esplosione di vitalità che ti travolge e ti trascina in un vortice di emozioni e sentimenti, nel quale non c’è più spazio per altro.
 Mi sono avvicinato alla musica popolare del Salento, e del Sud d’Italia in generale, da un po’ di tempo. A parte il ritmo e i suoni c’è una verità nella musica popolare che la rende sempre attuale. Una rabbia, un’emozione, una voglia di interpretare le cose e di cambiarle, particolarmente forte dove la vita è stata più dura. Ascolto questa musica senza capirne le parole –all’inizio, poi me le cerco, e adesso ho cominciato un po’ a capirmele anche da solo- e subito mi esplodono in testa pensieri e sensazioni che alla fine, come succede con gli scrittori, diventano parole, immagini e racconti.
Della pizzica e della taranta me ne sono innamorato come credo sia più giusto: vedendola ballare. Sono rimasto schiacciato ai bordi del palco della sagra paesana del mio piccolo paese –Mordano, vicino a Bologna, che in quell’occasione ospitava gruppi di musica tradizionale- da questa incontenibile, coloratissima e intensa esplosione di vitalità. Una vitalità che non è gratuita, che nasce dalla gioia di vivere ma anche dal disagio e dal dolore, come la tradizione della taranta ci insegna. Un vero e proprio blues dalle sfumature dell’arcobaleno e dai colori della terra del Sud, in grado di parlare a tutti, come solo la musica e solo le tradizioni sanno fare.
Perché c’è gente che vorrebbe usare la tradizione –dal cibo al dialetto- per dividere, per costruire piccoli recinti in cui starsene chiusi in pochi, a morire di rabbia e diffidenza. E poi invece c’è la gente che la tradizione –soprattutto la musica- la usa per unirsi, dialogare, capirsi e soprattutto stare bene assieme.
Ecco, è quello che ho visto  in quella bella piazza pulsante di più di centomila persone che, come si dice dalle mie parti, si è ballata le gambe per tutta la notte. Ho visto bambini piccoli sulle spalle dei genitori battere le mani al tempo della pizzica, ho visto signori di una certa età ballare assieme disegnando un cerchio tra la folla, ho visto ragazzi giovanissimi ascoltare con rispetto i canti polifonici della tradizione, ho visto sul palco musicisti di esperienze lontanissime confrontarsi con i ritmi, i suoni e le parole della musica salentina come se fosse anche la loro, con passione e devozione. Non ho visto una rissa, non ho visto volare una bottiglia, non ho visto un momento di tensione, non ho visto un problema –dalla storta alla sbronza- che non fosse risolto in un attimo dai velocissimi e organizzatissimi ragazzi della protezione civile e della croce rossa, a cui aggiungo anche la discrezione delle Forze dell’Ordine.
Insomma, ho visto un Sud, un Sud di gioia e di civiltà, che vorrei fosse più conosciuto. C’è anche quell’altro, quello brutto, che non va dimenticato mai, ma la Melpignano, il Salento, la Puglia, il Sud che ho vissuto ieri e in questi giorni vorrei che fosse più raccontato a certa gente che sta dalle mie parti. E soprattutto preso ad esempio.
Non sono così esperto e così dentro alla tradizione musicale salentina da poter entrare nel merito delle polemiche che sempre accompagnano i grandi eventi quando diventano così grandi.  Penso soltanto che la musica popolare sia proprio questo, popolare, cioè fatta per la gente, e più è e meglio è. Sta agli esperti dare alla gente gli strumenti per capire cosa è tradizione cosa è innovazione e a che punto questi si incontrano. Il resto lo fa la musica, quando è buona e vitale.
Ieri sera, nelle riprese volanti della macchina da presa, ho visto giovani sbracciarsi come nelle manifestazioni più commerciali che la televisione ci propone, a base di veline e fenomeni del momento. Ma questi giovani erano lì per la pizzica e la taranta. Cose importanti, cose profonde.
C’ero anch’io, lì in mezzo, morso dal ragno come tutti, e ci sarò anche l’anno prossimo.

*Scrittore di gialli e «noir»

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