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Per il fisco parti invertite tra onesti e disonesti

Più si legifera per abbassare le tasse, più le tasse aumentano; più si giura di voler colpire l’evasione, più l’evasione cresce

Per il fisco parti invertite tra onesti e disonesti

Persino il grande scrittore inglese George Orwell (1903-1950) avrebbe avuto da imparare dall’Italia, in particolare dalla sua politica fiscale. Ricordate il termine bispensiero da lui coniato nel libro-capolavoro di fantascienza distopica 1984? Il bispensiero consiste nella capacità di sostenere un’idea realizzando il suo contrario, e riuscendo, per giunta, a sottomettere l’intera opinione pubblica, ovviamente convinta, come nel romanzo orwelliano, della sincerità operativa dell’onnipotente Grande Fratello.
Il bispensiero modello Italia, in campo fiscale, produce da parecchi lustri i seguenti paradossi: più si legifera per abbassare le tasse, più le tasse aumentano; più si giura di voler colpire l’evasione, più l’evasione cresce; più si promette giustizia fiscale, più l’ingiustizia fiscale s’allarga.

Più si annuncia un fisco collaborativo verso i contribuenti leali, più il fisco diviene sadico e punitivo nei confronti degli onesti; più si indica nel fisco lo strumento migliore per incentivare crescita e investimenti, più il fisco si rivela un cattivo alleato dei volenterosi. Ci fermiamo qui, anche se l’elenco delle gravi, costose e beffarde contraddizioni potrebbe riempire l’intero giornale.
L’esperienza suggerisce che ogni qual volta spunta l’idea di semplificare e alleggerire la matassa fiscale, produttori e contribuenti onesti avrebbero fondati motivi per tremare freddo. Significa che qualche nuova fregatura (salasso) è in arrivo, specie quando è anticipata dal classico repertorio di allettanti assicurazioni. Mai come sul terreno tributario, infatti, è opportuno fare tesoro della frase Timeo danaos et dona ferentes (temo i greci soprattutto quando portano doni) pronunciata da Laocoonte per convincere i troiani a non introdurre nella città il cavallo fatto costruire dal callido Ulisse.

Storicamente ogni modifica fiscale in Italia è accompagnata da un rosario di buone intenzioni (per i bravi contribuenti), al cui confronto (nel caso, cioè, che le intenzioni fossero attuate) impallidirebbero pure le opere di bene dei missionari in Africa. Basta attendere un po’ di tempo, però, per scoprire l’arcano, che poi equivale a una conferma: nei riguardi di imprese e cittadini, il fisco italiano è in perfetta adorazione/esecuzione del bispensiero orwelliano. Dice di voler combattere gli evasori, ma li premia. Dice di voler premiare il popolo perbene, ma lo tortura.

Ora. Il governo in carica lascia intendere, da diversi giorni, di voler rendere più giusto il prelievo Irpef rimediando alle storture impositive rappresentate da aliquote che spesso scoraggiano l’impegno lavorativo. Ottima idea. E, però, dalle anticipazioni raccolte dai giornali si apprende che la manovra non si esaurirebbe qui, ma prevederebbe un brusco taglio delle detrazioni per le cosiddette fasce alte, ossia per gli italiani che dichiarano, ogni anno, più di 60-70mila euro lordi (lordi). Il che, tradotto in numeri (che non mentono mai) vuol dire che per questa tipologia di contribuenti le tasse saliranno ancora, e pure di parecchio. Sembra incredibile, ma è così.

Eppure. Perché si pagano le tasse? Risposta: per ricevere in cambio i servizi pubblici. In teoria, gli evasori che, in Italia, sono più della metà dei contribuenti, non avrebbero diritto ai servizi pagati dalla collettività, e molti di loro, pure alla pensione. Ma siccome siamo un popolo di solidali, anche gli evasori usufruiscono dei servizi pagati da una sparuta minoranza di contribuenti (quelli bollati come ricchi solo perché sono onesti e non frodano lo stato). Ok, va bene tutto. Va bene che l’1% dei contribuenti che dichiara più di 100mila euro lordi (lordi) assicuri la metà del gettito Irpef. Ma il gioco al massacro (del portafogli) contro la minoranza legalitaria, attraverso la soppressione di detrazioni, agevolazioni e servizi pubblici, questo no, questo sa davvero di tassa, anzi di purga contro l’onestà, la laboriosità, l’impegno, la produttività. In una parola sa di accanimento contro la legalità e contro la giustizia.

Viceversa. Lo stato si dimostra comprensivo e generoso proprio verso la Razza Predona e il popolo degli evasori ed elusori, che hanno sempre da guadagnare: bonus monetari, prestazioni gratuite, pensioni (spesso pluri-pensioni per un solo soggetto) ritoccate in alto pur non avendo, i fortunati percettori, mai versato una lira di contributi durante la loro vita (non) lavorativa. Al contrario, chi ha pagato fiumi di contributi, è ritenuto un privilegiato e, come tale, deve sottostare a tagli continui, oltre che alle solite penalizzazioni sul piano dei servizi statali. Morale: gli onesti sono ritenuti ladri e sono trattati da ladri, i ladri sono ritenuti onesti bisognosi e sono trattati da onesti bisognosi.

Ora. Specie da quando il Covid 19 ha assestato un micidiale pugno al ventre già molle della nostra economia, si discute su come rimettersi in piedi, su come riprendere a correre, a produrre eccetera. Ma se già prima del Covid il Belpaese aveva il fiatone e le altre nazioni no, un motivo ci doveva essere. E la persistenza di un sistema fiscale fondato sulla colpevolizzazione/punizione degli onesti e sull’assoluzione/ricompensa dei disonesti, forse costituiva (e costituisce) la spiegazione primaria, quella più realistica.

Morale. Hai voglia a discutere sugli aiuti (indispensabili) da parte dell’Europa. Hai voglia a studiare riforme costituzionali nella speranza che non evolvano in controriforme. Hai voglia a esaminare modelli elettorali, manco fossero più importanti del vaccino anti-pandemia. Se lo stato centrale continuerà a tollerare, o a favorire per ragioni di calcolo elettorale (gli evasori garantiscono milioni e milioni di voti) l’insostenibile, l’inaccettabile situazione sopra descritta (chi evade viene mantenuto e giustificato, chi paga le tasse non ha diritto a nulla, anzi viene pure bastonato), nessuna ripresa economica sarà mai possibile. Neppure se dall’Aldilà dovessero sopraggiungere a dare una mano i migliori leader della storia patria, a iniziare dal numero uno (non soltanto in ordine di apparizione): Camillo Benso conte di Cavour (1810-1861).

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