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Plastica, affoghiamo in mari indistruttibili

di Giorgio Nebbia
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Nel celebre film Il laureato di Mike Nichols, del 1968, quando il giovane Benjamin Braddock (un grande Dustin Hoffman) torna a casa dopo la laurea tutti si preoccupano del suo avvenire e di come farlo sposare con la figlia del socio del padre. Il solerte amico di famiglia, il signor McGuire, lo prende da parte e gli dice: «Benjamin: ti dirò una sola parola: plastica». Nella plastica, in quegli anni Sessanta del Novecento, sembravano riposte le fortune del mondo.

Aveva ragione il sig. McGuire: negli anni Sessanta la produzione mondiale di plastica era di circa 15 milioni di tonnellate all’anno, oggi (dati del 2008) assorbe, fra materia prima e trasformazione, circa mezzo miliardo di tonnellate di petrolio, rispetto ad una produzione petrolifera mondiale annua di poco più di 4 miliardi di tonnellate. Insomma nel mondo circa un quarto di tutto il petrolio va a finire nei sacchetti, negli imballaggi, nei tubi, nei giocattoli, eccetera, negli innumerevoli oggetti «di plastica».

«La plastica» ha avuto effetti rivoluzionari ed ha sostituito moltissimi materiali precedenti: molti tubi per l’acqua, in precedenza fatti di metalli come ferro, o piombo, sono oggi fatti di plastica. Le materie plastiche hanno sostituito la gomma nei rivestimenti dei fili conduttori dell’elettricità, gli innumerevoli imballaggi di plastica hanno sostituito scatole e imballaggi di carta o metallo.

Inoltre, alcune materie plastiche possono essere trasformate iniettando un gas nella massa fusa; si ottengono, dopo solidificazione, le «resine espanse»: materiali, leggeri e resistenti anche flessibili, adatti come isolanti termici e acustici, ideali per imballaggi leggeri e resistenti come quelli delle scatole in cui è possibile trasportare gelati senza che fondano o i cibi caldi senza che si raffreddino. Le resine espanse vengono applicate alle pareti degli edifici per difendere gli abitanti dal caldo e dal freddo. Resine espanse flessibili si trovano nei cuscini di seggiole e autoveicoli. Di plastica sono le «carrozzerie» di molti veicoli, dei computers, dei televisori. Senza saperlo ogni abitazione contiene, in una forma o nell’altra, diecine di chilogrammi di materie plastiche silenziose, resistenti, comode. E indistruttibili.

Questa è la grande forza delle materie plastiche, ma è anche spesso la fonte della loro debolezza: nessun oggetto, nessuna merce, ha e può avere vita infinita; molti hanno una vita breve.

Pensate ai sacchetti per la spesa o a quelli in cui si raccolgono le immondizie, per lo più di polietilene. Il polietilene è nato ufficialmente nel 1899, centodieci anni fa, quando il chimico tedesco Hans von Pechmann (1850-1902) vide che, durante un esperimento di laboratorio, sul fondo della provetta restava una materia cerosa che fu chiamata polimetilene. La scoperta rimase sepolta per decenni fino a quando il polietilene è entrato di prepotenza nel mercato ed oggi occupa il primo posto fra le materia plastiche prodotte nel mondo.

Gli oggetti di plastica «a breve vita» (pellicole, bottiglie, eccetera), poche ore o giorni dopo l’uso vanno a finire fra i rifiuti e lì restano, indistruttibili, non degradabili, inattaccabili da acqua e batteri, per l’eternità . O quasi, se è vero ciò che hanno scoperto ora scienziati giapponesi (vedi il box a sinistra). Ogni anno nel mondo diecine di milioni di tonnellate di materie plastiche usate, quelle che non possono essere riciclate, finiscono nelle discariche (dove restano come tali), negli inceneritori di rifiuti (dove bruciano generando sostanze inquinanti) o nell’ambiente, quegli insopportabili pezzetti di plastica che vediamo «galleggiare» sull’acqua, nel mare o per aria, trascinati dal vento.

Da qui una crescente ostilità verso «la plastica», per esempio verso i sacchetti per la spesa, i più invadenti nell’ambiente, e anche la disperata ricerca, da parte dell’industria, di materie plastiche «degradabili». Una contraddizione, perché il successo dei sacchetti di plastica sta nella loro resistenza e durata; se si degradassero dopo giorni o settimane non servirebbero più come contenitori.

Da venti anni si susseguono i tentativi di produrre sacchetti per la spesa biodegradabili; alcuni hanno provato ad aggiungere al polietilene qualche agente che fa sbriciolare il sacchetto ma non fa scomparire il polietilene duraturo e inquinante; altri hanno tentato di ottenere materie plastiche da prodotti «naturali» come amido o cellulosa; adesso stanno arrivando in commercio oggetti di plastica costituiti da acido polilattico che si ottiene da risorse naturali rinnovabili come zuccheri, e che viene promesso come biodegradabile anche se la definizione stessa di «plastica biodegradabile» è controversa.

Benvenuta in molti oggetti «a vita lunga», sgradevole in molti oggetti «a vita breve», la plastica è forse ancora in una fase paleotecnica, in attesa di nuove invenzioni, magari fatte per caso e scoperte da qualche mente attenta e preparata. Nel frattempo è forse meglio riutilizzare i sacchetti usati o usare quelli di tela.

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