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I mille dialetti delle terre di Puglia

di Angelo Tedone
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L’Italia dialettale non rispetta i confini regionali dell’Italia geografica. Parlando della nostra  Puglia, essa è stata suddivisa in due regioni dialettali : Puglia, comprendente le province di Bari e Foggia e Salento con quelle di Brindisi, Lecce e Taranto.
   I dialetti pugliesi possono essere suddivisi in apulo-baresi e apulo-daunici, questi ultimi comprendenti i dialetti apulo-foggiani, dauno-appenninici e garganici. Da un punto di vista grammaticale si può dire che in Puglia non esistono grosse novità di mutamenti fonetici tra un paese e l’altro e, a volte, anche tra province fatta eccezione per i paesi del Gargano con barriere naturali tra di loro (monti) che hanno creato confini linguistici a causa di una mancata frequenza di rapporti. Comuni come Pietramontecorvino e Castelnuovo della Daunia, pur essendo poco distanti tra di loro in linea d’aria, sono però irraggiungibili così come Faeto e Castelluccio Valmaggiore. Il dialetto di questi comuni è più vicino a quelli campani o molisani anche perché fino al XVI secolo, la Capitanata includeva metà del territorio molisano come anche terreni del Sannio e dell’Irpinia.
     Fin dai secoli XII e XIII, poi, sono state le Università locali a mantenere in vita le tradizioni e quindi anche le parlate. In questi secoli notevoli differenze si riscontravano anche all’interno di uno stesso paese in quanto i ‘casali’ assunsero un carattere autonomo anche da un punto di vista linguistico. L’uso più o meno radicato di lemmi, anche coniati ex novo, era legato alle attività che si svolgevano.
     Il dialetto pugliese, oggi, mantiene ancora una discreta vitalità fonetica e lessicale anche se, purtroppo cominciano ad essere possibili alcuni distinguo tra dialetto volgare e dialetto parlato a causa di italianismi ibridi che sono entrati nella parlata comune. I paesi interni della Puglia possono vantare un dialetto più conservativo al contrario delle città costiere dove è condizionato da correnti innovative.
     Tre fattori hanno contribuito all’abbandono del dialetto ovvero lo sviluppo industriale con abbandono delle tradizioni dialettali; l’emigrazione con disarticolazione delle strutture socio-tradizionali e l’innalzamento del livello culturale medio con deterioramento dei sistemi dialettali. Se l’italiano provinciale è privilegiato nei rapporti tra estranei, il dialetto rimane mezzo di comunicazione nel privato (famiglia, coetanei, posto di lavoro). E’ impensabile, in campagna, durante una operazione di potatura o raccolta di olive parlare in italiano anche tra estranei.
     Quindi si può parlare di dialetto popolare che viene parlato a parità di esperienza, di cultura e di lavoro degli interlocutori e dialetto civile che viene usato dagli artigiani e commercianti che sovente sono a contatto con professionisti o forestieri con un italiano intercalato da dialetto e viceversa.
     A proposito di scrittura dialettale che, poi, rappresenta l’unico sistema per tramandare i lemmi esiste una scrittura scientifica e una banale. La prima, con accenti diacritici, può essere letta e compresa da lettori di altre regioni anche se varierà l’aspetto tonico della parola; l’altra si serve di pochi accenti (acuto e grave), da un trattino che sostituisce l’apostrofo e dalla vocale –e che, se non accentata, è da considerarsi muta ovvero indistinta (cosiddetta schwa). Il metodo della registrazione, come strumento per la conservazione delle parlate dialettali, è inattendibile in quanto l’intervistato viene suggestionato e quindi tende ad esprimersi non in modo spontaneo modificando la struttura fonetica dei lemmi. Miglior metodo resta il dialogo spontaneo con le fonti.
     Esistono in Puglia e nel Salento le cosiddette isole linguistiche ovvero territori comprendenti anche più comuni dove il dialetto è condizionato dalla lingua dei Paesi dei fondatori o conquistatori. La Grecìa salentina comprende nove comuni del Leccese con Calimera capofila. Qui si parla il griko ovvero la lingua greca intercalata da fonemi salentini. A Faeto e Celle S. Vito, nel sub appennino dauno si parla invece il franco provenzale da quando questi popoli conquistarono quei luoghi mentre a S. Marzano di S. Giuseppe, nel Tarantino, si parla albanese.
     La via Appia che legò Taranto a Brindisi sembra aver consacrato, poi, il confine tra due tipi di culture: quelle del Nord, relativa alle antiche popolazioni delle Murge e quella del Sud propria delle antiche popolazioni del Tavoliere salentino. L’individualità socio-culturale della Penisola salentina fu salvaguardata dal fatto che appartenne più a lungo all’impero bizantino e che durante la lotta longobarda gli antichi termini territoriali rimasero sotto il loro dominio. Al momento dell’unità nazionale, il Salento o Terra d’Otranto costituì una sola provincia del Regno unito, con capoluogo Lecce. La distinzione dei dialetti salentini da quelli pugliesi coincide quindi con la distinzione geografica. Sulla sponda adriatica  è sicuramente pugliese la parlata di Fasano mentre è salentina quella di Carovigno. Taranto ha un dialetto pugliese mentre a Pulsano si parla salentino; stessa differenza tra le parlate di Ceglie Messapica (pugliese) e Francavilla Fontana (salentino).
     I dialetti salentini si dividono in tre gruppi: salentino settentrionale a varietà brindisina; salentino centrale a varietà leccese e salentino meridionale con varietà otrantina. Come già anticipato, nel Salento si trovano due isole alloglotte: quella albanese di S. Marzano di S. Giuseppe e quella greca facente capo a nove comuni con Calimera capofila. L’arrivo degli albanesi, nel Tarantino, avvenne in due ondate: la prima nel 1468 al comando di Giorgio Castriota di Skanderberg; la seconda nel 1479 dopo l’occupazione turca. Furono circa quindici i Casali popolati e ripopolati da queste generazioni (Carosino, Faggiano, Fragagnano, Roccaforzata…), fino al 1595 in zona risedettero oltre 4000 albanesi.
     L’isola alloglotta greca, invece, ha una popolazione di 38.000 abitanti distribuiti in nove comuni. Sembra certo che la massima espansione coincise con i primi decenni del XV secolo quando facevano parte dell’isola ellenofona ben 25 paesi. Oggi non sono più da considerarsi ‘griki’ i comuni di Ruffano, Aradeo, Neviano, Galatina. Il colpo di grazia alla cultura dialettale greco-salentina fu dato nel 1068 quando i Normanni conquistarono Otranto e soprattutto quando, più tardi, fu abolito il rito greco dalle diocesi salentine.

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