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«Nord e Sud, assurdo fratricidio»

di Tommaso Francavilla
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Onestà intellettuale vorrebbe che, in questo conflitto estivo tra Nord e Sud, valga la regola per la quale chi reclama da una parte la valorizzazione delle tradizioni locali (p.es. i dialetti) non si adonti poi se lo stesso si faccia dall’altra, o che chi coltiva una irrefrenabile nostalgia per il Regno delle due Sicilie, magari sulla base di una fragorosa mistificazione della storia che ce lo propone come uno straordinario esempio di buongoverno, non demonizzi poi chi dall’altra parte ne coltiva una analoga per la Repubblica di Venezia, il Granducato di Toscana o per l’Impero asburgico (ahimè, con qualche ragione in più). Onestà intellettuale vorrebbe perfino che si riconosca che “equiparare i salari al costo della vita” altro non è che la risposta più conseguente alla protesta di chi “non arriva a fine mese” e che il “Va Pensiero” di Verdi è un gloriosissimo inno al patriottismo italiano, quanto quello di Mameli. . Quel che, da parte di chiunque, è sbagliato in radice, e costringe all’incoerenza, è questo voler a tutti i costi contrapporre il Sud al Nord e viceversa, quando la cura sia della questione meridionale che di quella settentrionale è identica, essendo in entrambi i casi una politica dello sviluppo fondato sulla liberazione e sulla promozione dell’intraprendenza e della laboriosità umana. Sicurezza, infrastrutture, sburocratizzazioni, alleggerimento e semplificazione dell’imposizione fiscale, flessibilità dei fattori produttivi, rapidità ed ottimizzazione dell’utilizzo delle pubbliche risorse, maggiore competitività, sono ovunque tanto più necessari in questa fase di crisi generale dell’economia, in cui occorre soprattutto indurre “il cavallo a tornare a bere”, e se le distanze tra Nord e Sud continuano a crescere è soltanto perché le nostre classi dirigenti questa cultura dello sviluppo, sostanziata di libertà, proprio non riescono ad assorbirla, in una incoercibile spinta alla soffocante estensione di un controllo di tipo feudale sulla società e sull’economia, di cui l’ideologia di sinistra delle nostre Amministrazioni regionali si è rivelata una nuova, debordante arma, anche nascondendosi dietro i rigurgiti reazionari del più falso degli ambientalismi. Ed invece quant’è attuale il programma che sul letto della sua troppo prematura morte enunciò Cavour per il Sud (“governerò con la libertà”)!
La verità è che, per evitare questa guerriglia fratricida che ci sta preparando spensieratamente un destino di tipo ceco-slovacco che non potrebbe non danneggiare soprattutto un Sud più arretrato ed emarginato, è necessaria una riscossa dello spirito unitario della Nazione italiana, cominciando proprio da quel versante storiografico e culturale da cui è partita l’offensiva centrifuga e reazionaria contro l’unità d’Italia.
Certo è che le distanze tra Nord e Sud si stavano lentamente ma costantemente riducendo, nella crescita generale del Paese, finchè lo spirito anti-risorgimentale che accomuna la tradizione cattolica a quella comunista non ci regalò l’istituzione delle Regioni, mettendo in moto- più o meno consapevolmente- una secessione di fatto che rischia adesso di arrivare alle sue estreme conseguenze, ivi compresa la riscoperta di “Re Bomba” o di Cecco Beppe e perfino del Brigante Crocco, con i suoi 72 omicidi accertati. Certo è che ancora trent’anni fa passare da Milano a Napoli non significava emigrare verso un altro Secolo ed un altro Continente, ma attraversare una sola, grande Patria, sia pur con le inevitabili, e talora anche feconde, diversità. E se la smettessimo, dunque, di “parlar male di Garibaldi”?

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