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Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova. Non ci vuole la firma di Agatha Christie per comprendere che a Cerignola, in meno di un mese, la stessa banda ha tentato inutilmente di portare a segno il colpo milionario a un porta valori, una delle specialità della mafia cerignola, spesso chiamata a operare anche «in trasferta» per svaligiare caveau, depositi alimentari e di carburanti, in qualche caso anche con il «beneplacito» della 'ndrangheta (come accaduto per il caveau di Catanzaro) a conferma di una riconosciuta capacità nel condurre operazioni del genere, spesso accompagnate da una preparazione para militare.

Così l’altra notte, quando gli agenti della Polstrada in un controllo del tratto della morte, la Cerignola-Canosa, hanno intravisto all’esterno della carreggiata due mezzi pesanti - un trattore e un carro-gru - entrambi rubati pronti a essere utilizzati dai banditi, che alla vista dei poliziotti li hanno abbandonati e sono scappati a bordo di un’auto di grossa cilindrata, riuscendo a far perdere le proprie tracce, hanno compreso che era in corso il terzo atto dopo quelli falliti il 24 luglio ed il 10 agosto. Uno scenario confermato anche dal sequestro di una vettura in fiamme e dal recupero di un «jammer», ossia un disturbatore di frequenze che spesso viene utilizzato da bande specializzate in questo tipo di rapine per inibire e ritardare allarmi e contatti telefonici: i banditi l’hanno abbandonato in tutta fretta sull’autogrù per non correre rischi.

Sta di fatto che in questa enclave della Puglia - nonostante gli sforzi delle forze dell’ordine nel controllo del territorio - si materializza l’idea di impunità (chi rischia tre volte l’assalto in meno di un mese?) anche per una generale condivisione dell’antiStato in una città - non va dimenticato anche se c’è un ricorso in atto davanti al Consiglio di Stato - il cui consiglio comunale è stato sciolto per infiltrazione mafiosa, qualche giorno prima dell’identico provvedimento adottato per Manfredonia.
Ma rispetto alla città garganica - regno di clan della pericolosa mafia garganica - a Cerignola siamo di fronte a bande malavitose che permeano pezzi di società civile, controllano i quartieri a rischio, stipendiano i «dipendenti» delle organizzazioni affiliate in una filiera del crimine che forse in questo momento ha bisogno dei soldi freschi come l’acqua per l’assetato nel deserto. Ecco una possibile spiegazione anche alla caparbietà nel condurre le azioni criminali, di puntare al terzo tentativo dopo i due falliti a luglio e il 10 agosto pur sapendo dell’intensificazione dei controlli in quel limbo della Puglia, una terra più vicina al «Far West» che alla cultura mediterranea, più solare e accogliente.

Sullo sfondo l’allarme per una situazione che richiede evidentemente uno sforzo anche di intelligence, non foss’altro per gli effetti collaterali che si sono registrati nell’ultimo periodo a Cerignola con due agguati (uno mortale) nei confronti di esponenti delle cosche locali come non si registrava da tempo.

E mai come in questo momento servono azioni più che parole come del resto per l’intera provincia di Foggia, palcoscenico operativo per diverse organizzazioni (mafia garganica, società foggiana, mafia cerignolana) che, grazie a una generale sottovalutazione degli apparati locali e centrali dello Stato, sono passati dalla fase germinale all’età adulta senza colpo ferire. Dalla strage di San Marco in Lamis (4 morti) di tre anni fa qualcosa è tuttavia cambiato con il potenziamento dei presidi di contrasto alle mafie, ma è evidente che occorre fare di più su questo fronte e, soprattutto, su quello sociale ed economico, con investimenti per il lavoro, il blocco della dispersione scolastica e la lotta alla povertà educativa per tentare almeno di raddrizzare una situazione che appare oggi disperata.

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