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E’ in atto una corsa ai soldi europei. Sia a livello nazionale sia a livello territoriale. Che questo sia un processo in atto nella società in parte è comprensibile, soprattutto da parte dei gruppi e dei singoli che più stanno subendo e soffrendo gli effetti della pandemia

La Spesa pubblica è questione di qualità non di quantità

I presidenti delle Regioni, non tutti in verità, soprattutto i candidati alle prossime elezioni di settembre, sono strenuamente impegnati ad approvare provvedimenti amministrativi per dimostrare ai loro elettori che il loro potere di gestione, dalla sanità alla formazione, dai trasporti all’uso dei fondi europei, è destinato ad aumentare. Le Regioni sono istituzioni fondamentali nell’ordinamento costituzionale dello Stato. I costituenti più influenti, tra questi il giurista Costantino Mortati (1891-1985), le consideravano indispensabili per esaltare i principi di autonomia, di rappresentanza delle identità dei territori e di pluralismo istituzionale. Allo stato fascista, accentratore e dirigista, si rispose con gli articoli 2 e 3 della Costituzione di riconoscimento e inviolabilità dei diritti dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali, e di rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. Ma per molti presidenti, soprattutto quelli con abito sovranista, questi principi sono solo parole astratte. Quello che conta per loro è lo scontro per acquisire nuovi apparati. Lo Stato come stato-apparato da replicare nei territori regionali con la parola d’ordine del presidente ligure Toti: <siamo enti con un ruolo centrale>.

A questa deriva, forte e spesso alimentata da errori del governo nell’uso esorbitante dei Dpcm, sta tentando di rispondere con la sua autorità morale e con i poteri riconosciuti dalla Costituzione il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Prima occasione, il 7 giugno scorso per i 50 anni dalla nascita delle Regioni a statuto ordinario. Mattarella, da presidente ma anche da giurista, ha sottolineato un concetto fondamentale, proprio in linea con Mortati: la necessità, anzi l’urgenza di riconfermare e rafforzare, <la leale collaborazione tra territori-Stato caposaldo dell’autonomia>. Con le prime elezioni dei consigli regionali in 15 Regioni (le altre cinque, a statuto speciale, erano già nate) si completava <la realizzazione del principio di autonomia definito dalla Costituzione>. Autonomia. Non centralità, quindi. Autonomia. Non rivendicazione continua per accaparrarsi apparati gestionali.

Il secondo appuntamento, molto importante, il 28 luglio con la lettera firmata dal presidente Mattarella e dal presidente della Repubblica federale tedesca Frank-Walter Steinmeier, con il messaggio ai numerosi comuni italiani e tedeschi gemellati. Italia e Germania hanno molto in comune, più di quello che pensano molti politici improvvisati. La storia dei Liberi Comuni a partire dal Medioevo ha grande valore. I Comuni rappresentano diversità, libertà e solidarietà. La fonte della sussidiarietà, molto presente nel diritto europeo. Molti Comuni gemellati hanno collaborato intensamente nella fase più drammatica, soprattutto per l’Italia, della pandemia. Sono stati i Comuni a concordare e a gestire i ricoveri di 44 lombardi nelle terapie intensive della Germania, quando i nostri ospedali del Nord non ce la facevano più. Non ci risultano iniziative straordinarie delle regioni, almeno di uguale impatto. Così non sono fuori luogo le parole del messaggio che esaltano <la collaborazione italo-tedesca per avere un’Europa forte, solidale e orientata al futuro>. L’Europa, nella sua ricchezza civile e umana che è anche complessità fruttuosa.

Nella lettera compare un’indicazione che va oltre l’emergenza: <la collaborazione fondamentale tra Italia e Germania per arrivare allo storico accordo sul Recovery Fund>. E qui si salda l’importanza del terzo appuntamento, quello del quattro agosto, con i presidenti delle Regioni. Il discorso sui 50 anni e il saluto ai presidenti si devono leggere insieme. I media purtroppo si sono limitati al titolo <Il Recovery Fund non sia una diligenza a cui attingere, ma occasione di storico rilancio dell’Italia>.

Dell’Italia intera, quindi, rappresentata da tutte le istituzioni, Comuni, Province, Città metropolitane, Regioni e Stato. Ecco, il fatto che lo Stato sia all’ultimo posto, non significa la sua residualità. Anzi, lo Stato è condizione e compimento, di libertà, pluralismo e spirito comunitario di tutti i territori, ciascuno con la sua identità e rappresentanza. Lo Stato che promuove e garantisce trattati europei e accordi internazionali, che prende la parola e si esprime con i suoi rappresentanti degli organi costituzionali scelti dal popolo nell’esercizio della sua sovranità, cioè con le elezioni.

Non c’è centralità delle Regioni, quindi, nella programmazione degli interventi. Le Regioni partecipano nelle forme convenute dalle leggi e dagli accordi nazionali, dai trattati, TUE (Trattato sull’Unione europea) e TUEF (Trattato sul funzionamento dell’Unione europea), dai regolamenti approvati dai governi e dai Parlamenti europeo e nazionali. I primi articoli del TUE, in particolare, chiariscono bene principi ispiratori e obiettivi dei Fondi europei, per estensione anche del Recovery Fund oltre al Quadro finanziario poliennale 2021-2027. I presidenti delle Regioni abbiano memoria di questo, perché la disciplina e la base giuridica nell’uso delle ingenti risorse finanziarie (750 miliardi del Recovery e circa 1050 del Qnf) non sono cambiate. Anzi la disponibilità dei 750 miliardi in sovvenzioni e prestiti nei primi due anni richiederà un rafforzamento dei controlli, preventivo in itinere e post intervento.

E’ in atto una corsa molecolare ai soldi europei. Sia a livello nazionale sia a livello territoriale. Che questo sia un processo in atto nella società in parte è comprensibile, soprattutto da parte dei gruppi e dei singoli che più stanno subendo e soffrendo gli effetti della pandemia. Che la corsa veda protagonisti i rappresentanti istituzionali delle regioni non è serio. La virtù del governo è nella gravitas, dicevano gli antichi Romani, oltre alla pietas e alla dignitas. Dignità, serietà e senso del dovere. Il presidente della Campania De Luca avrebbe voluto chiudere le frontiere, quello della Calabria Jole Santelli annunciò che le aveva già chiuse, i presidenti del Nord non riescono a fare altro che discutere e rivendicare il primato della loro sanità alla quale destinano i tre quarti del bilancio (la Lombardia spende 20 miliardi su 26 del bilancio), il presidente della Puglia Emiliano spera di uscire dalle forche caudine del piano di rientro della spesa sanitaria e anticipa il nuovo piano dei posti letto in ospedale sperando in un finaziamento statale o del Mes. La Puglia spende 7,5 miliardi nella sanità, con una pesante mobilità regionale in uscita dei pazienti. L’Ufficio parlamentare del bilancio ogni anno ripete che il problema del Sud è soprattutto la scarsa qualità della spesa. Tanti soldi, ma i servizi non sono granché. Ecco le Regioni dovrebbero seriamente concentrarsi su questo, e fermare la corsa ai soldi solo per gestire (male) gli apparati vecchi e nuovi.

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