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L'EDITORIALE

La concorrenza è la madre di tutte le riforme

L’Italia ha un solo modo per fare bella figura in Europa: presentarsi a Bruxelles con l’unica riforma che darebbe al suo sistema economico un’accelerazione degna di una Ferrari o di una Lamborghini: favorire la concorrenza per combattere il potere del singolo che inevitabilmente degenera nello strapotere individuale

Sergio Mattarella, presidente della Repubblica italiana

Sergio Mattarella, presidente della Repubblica italiana

L’Italia deve ancora presentare all’Unione Europea il suo piano di riforme per l’utilizzo degli aiuti anti-crisi. Il presidente Sergio Mattarella, che conosce le «debolezze» del sistema e della classe politica, ha lanciato un chiaro segnale: mi raccomando, il Fondo per la Ripresa non si trasformi in un assalto alla diligenza. Traduzione: la spesa pubblica è già fuori controllo, non peggioriamo la situazione dei conti statali con una valanga di provvedimenti clientelari.

L’Italia ha un solo modo per fare bella figura in Europa e per fare del bene a se stessa, senza farsi dettare l’agenda delle cose da fare: presentarsi a Bruxelles con l’unica riforma che darebbe al suo sistema economico un’accelerazione degna di una Ferrari o di una Lamborghini: favorire la concorrenza.

Del resto, nella storia dell’uomo, è soprattutto l’avvento della concorrenza a segnare il passaggio dalla società feudale e monopolistica alla società democratica e industriale. La concorrenza segna in Europa lo spartiacque tra la ricchezza accettata come un privilegio di nascita e la ricchezza concepita come ricompensa per il lavoro. Per gli americani degli esordi poi la concorrenza economica non si manifesta come una novità o una scoperta, dal momento che colà si era già imposta, sùbito, al battesimo costituzionale degli Usa, un’altra forma di concorrenza: la concorrenza politica, ossia la democrazia.

Introdurre la concorrenza significa combattere i monopòli di ogni tipo, significa combattere il potere del singolo che inevitabilmente degenera nello strapotere individuale. Purtroppo, storicamente, la classe intellettuale non ha mai sposato la causa della concorrenza, che poi consiste nell’uguaglianza delle opportunità. Non l’ha sposata forse perché, come ipotizzava l’austriaco Joseph A. Schumpeter (1883-1950), l’élite intellettuale non riteneva giusto guadagnare meno del mercante, del bottegaio, dell’imprenditore, insomma dei protagonisti della rivoluzione anti-feudale. Un curioso modo di ragionare, da parte di filosofi e pensatori vari, visto che solo grazie alla rivoluzione industriale e alla concorrenza che la determinò sarà possibile per gli intellettuali affrancarsi dalla tutela, dal giogo del padrone, del mecenate di turno. Senza la democrazia economica, gli intellettuali avrebbero continuato a scrivere per il committente, cioè per il potente al cui servizio agivano, non già per il pubblico di lettori-acquirenti. Altro che libertà e autonomia di pensiero.

Dall’iniziale atteggiamento di ostilità da parte degli intellettuali beneficiari si comprende che la concorrenza piace a pochissimi, anche se giova a moltissimi, di sicuro a tutti i consumatori. La concorrenza non piace alle imprese, ciascuna delle quali vorrebbe operare e prosperare in una più comoda condizione monopolistica, senza competitori attorno. Non a caso l’economista scozzese Adam Smith (1723-1790), massimo scopritore e cantore delle virtù della concorrenza, osserva che quando due imprenditori s’incontrano quasi sempre è per complottare contro un terzo. Non piace, la competizione economica, alla classe politica che, in un campo aperto, non ha modo di incidere nelle scelte quotidiane della gente. Molto meglio, per la Razza Potentona accordarsi con la Razza Padrona alimentando quel capitalismo clientelare, quel capitalismo reale - per certi versi non dissimile, nei metodi e nei risultati, dal classico socialismo reale -, che costituisce la palla al piede di molte economie, a iniziare da quella italica.

Ogni impresa, da sola, è una piccola economia pianificata. È solo la concorrenza con le altre imprese a produrre i vantaggi per la platea dei consumatori, che così, con i loro gusti e le loro predilezioni, possono orientare le strategie, le linee produttive degli imprenditori. Meno concorrenza c’è, meno tutele ci sono per il grande pubblico degli acquirenti.

Ovvio che i monopoli pubblici e i monopoli privati vedano la concorrenza come fumo negli occhi: arricchirsi senza sfidanti è, invece, assai più semplice. Ma i monopoli non sono indifferenti né a costo zero. Specie per i consumatori. Ridotti in cifre i monopoli significano prezzi più alti e più tasse indirette (imposte dai produttori al popolo dei customer).

Ovviamente. Più il monopolista, pubblico o privato, è imponente, più si radica quel mix tra capitalismo clientelare e capitalismo relazionale (spesso la medesima cosa) che si traduce in un altro pesante costo per la democrazia e la trasparenza. Un costo che può essere colto e esaminato a occhio nudo attraverso la figura del lobbista, la cui distinzione dall’imprenditore serio si può sintetizzare così: quest’ultimo, l’imprenditore sano, va alla ricerca del profitto; il lobbista, invece, va sempre a caccia di rendite. Anche un bimbo comprenderebbe la differenza. Le rendite sono il segnale di un sistema malato, proteso ad assicurare privilegi e sinecure a chi è più bravo nel corridoio e nei salotti, a chi è più spregiudicato nell’aggirare le norme e la concorrenza medesima. Insomma, un conto è legiferare, produrre, tifare per il mercato. Un conto è legiferare, produrre, tifare per gli affari, nel segno dei monopoli.

Ora. L’Italia non è l’Eldorado della concorrenza, semmai è il paradiso di piccoli e grandi monopoli (affari senza freni, a go-go). Non mettiamoci a elencarli, questi monopoli, tra cui parecchie corporazioni baronali, altrimenti ne dimenticheremmo una caterva, lunga come un elenco telefonico.

Allora. Volesse il cielo che la classe dirigente (non solo quella politica) si svegliasse una mattina e decidesse di caldeggiare e varare soltanto misure in grado di allargare, non comprimere, la concorrenza. Non ci sarebbe bisogno di alcuna politica industriale (solitamente ad usum delphini, cioè dei monopolisti ammanicati col potere politico) per mettere gas nel motore dell’economia. L’intero Paese e lo stesso Sud si rimetterebbero a correre senza particolari spinte dall’alto o dal basso. D’altronde, non è un segreto, l’effettivo carburante del miracolo economico del secondo dopoguerra si chiamava concorrenza. Riprovare per credere. Di sicuro ci riguadagnerebbero tutti e il resto d’Europa rimarrebbe a bocca aperta.

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