Giovedì 13 Agosto 2020 | 15:49

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Tra elettori instabili ed elettori inesistenti

A causa dell’effetto Covid 19 le soprese in urna potrebbero essere tante

Elezioni

Già da tempo un fantasma si aggira ad ogni appuntamento con le urne: l’elettore instabile. È una figura assai disincantata che non smania dal desiderio di porre una crocetta su nomi e simboli, tanto da preferire, sempre più spesso, il giorno delle scelte, restarsene a casa o concedersi una breve vacanza fuori città. Alcuni studiosi hanno definito «astensionismo da alienazione» questa sempre più diffusa tentazione di aderire allo «sciopero elettorale», anche se nell’ormai lontano 1978 due politologi del calibro di Giacomo Sani (1932-2010) e Giovanni Sartori (1924-2017) sottolineavano l’esistenza, in ogni caso, di un «principio ordinatore nelle scelte politiche», a dispetto di tutte le variabilità contrarie.

Comunque, perché meravigliarsi dell’instabilità in una società liquida per definizione? Se è instabile ogni sistema politico, se è instabile ogni classe dirigente, se è instabile ogni coalizione di governo, se è instabile ogni partito e, persino, ogni corrente, per quale ragione dovrebbe essere stabile l’elettorato? Che, non solo, come è suo diritto, tende ad essere più volatile di una farfalla, volteggiando tra una sigla e un’altra, ma sempre di più tende a disertare le cabine elettorali, sfibrato com’è dal mix tra scetticismo e menefreghismo.

Adesso, però, a causa dell’effetto Covid 19, alla figura dell’elettore instabile se ne potrebbe aggiungere un’altra: l’elettore inesistente.

A settembre molti italiani saranno chiamati a rinnovare sei consigli regionali e a eleggere i presidenti delle relative giunte. Da settimane, addirittura da mesi, imperversano i sondaggi sull’esito del voto, operazioni che mettono a dura prova le coronarie di tutti gli aspiranti a un posto nei parlamentini e nei governi delle Regioni.

Ok. Va bene. Ciascuno fa il proprio mestiere. Funziona così da sempre. Ma quanta credibilità si dovrebbe attribuire a una indagine demoscopica se, come sembra probabile, l’effetto Covid - secondo parecchi addetti ai lavori - potrebbe disincentivare assai l’affluenza al voto, retrocedendola fino al 30%-35% degli aventi diritto? E, in tal caso, che legittimazione sostanziale conserverebbe un test elettorale onorato solo da un terzo degli elettori?

Intendiamoci. Nessuno, in un ordinamento libero, può prescindere dal carattere di spontaneità della partecipazione politica. Nessuno, per intenderci, deve minimamente immaginare spinte, soluzioni coercitive verso l’esercizio del voto. Ma una democrazia in deficit di partecipazione non è, o, se vogliamo, non sarebbe, una democrazia in buona salute. Più una cittadinanza è coinvolta nell’agone politico, più una democrazia guadagna in qualità. Più partecipazione, infatti, significa spesso cittadini più informati. Più informazione, da parte degli elettori, comporta più controlli e più stimoli verso la classe politica che può essere sempre oggetto di pressioni esterne di dubbia eticità. Insomma.

I numeri della partecipazione non sono direttamente proporzionali al benessere, o al malessere, di una democrazia, ma non sono nemmeno ininfluenti o indifferenti. Una democrazia, le cui votazioni fossero frequentate da quattro gatti, sarebbe una democrazia falsata, suscettibile di divenire preda di interessi inconfessabili e di logiche estrattive.

Ora. Non sappiamo come evolverà la diffusione del Coronavirus. Sappiamo solo che la pandemia non è ancora sconfitta. Anzi è assai concreto il pericolo di un rialzo dei contagi in coincidenza con l’autunno. Se così fosse, stavolta non sarebbe possibile neppure chiudere il Paese come è stato fatto in primavera perché ciò significherebbe il collasso economico ed occupazionale. Del resto, il Pil degli Stati Uniti sta precipitando verso l’abisso e anche nazioni tradizionalmente solide, come la Germania, sono in affanno che manco si immagina.

Né si può ipotizzare di rinviare le regionali, visto che un primo rinvio già è scattato (si sarebbe dovuto votare a maggio). Di rinvio in rinvio si rischierebbe una mutazione strutturale del sistema democratico, il cui principio fondamentale si basa sulla delimitazione temporale del comando. Solo in Puglia, qualora non fosse approvato il decreto sulla doppia preferenza di genere, potrebbe essere rinviato il voto regionale. Ma questo è un altro discorso.

Gli esperti dei flussi elettorali dedicano, non da oggi, molte energie allo studio della cosiddetta «disaffezione indotta», ossia delle cause profonde che provocano l’allontanamento dei cittadini dalle urne. Mancava la causa sanitaria, che a breve potrebbe risultare preponderante se la pandemia si dovesse aggravare o non dovesse arretrare.

Quello che rischia di presentarsi prossimamente sui nostri schermi non è una pellicola di serie B, ma una questione assai delicata, dal momento che tira in ballo la qualità della rappresentanza. A chi gioverebbe un (eventuale) ristretto numero di votanti a settembre? Scatenerebbe una corsa ai pacchetti di voto organizzati (con relativo balzo delle quotazioni al «mercato nero»), o anche sotto questo aspetto l’instabilità e la volatilità la farebbero da padrone? In ogni caso, non sarebbe un fenomeno gratificante. Né, qualora la «disaffezione indotta» da Coronavirus assumesse proporzioni ragguardevoli, si potrebbe archiviare il fatto nella voce dell’«astensionismo consapevole», tipico di coloro che non si distinguono per un loro rifiuto della politica, bensì, al contrario, per un atteggiamento ultra-rabbioso e assai passionale nei suoi riguardi. Tutt’al più si potrebbe parlare di «astensionismo precauzionale» (per ragioni di sicurezza sanitaria). Ma, da qualunque parte si dovesse esaminare la vicenda, di sicuro salterebbero tutti gli strumenti conoscitivi che finora hanno esaminato e, a volte, previsto con sufficiente perizia analitica, gli orientamenti elettorali in arrivo o in partenza.

Ecco perché mai come stavolta i numeri dei sondaggi rischiano di dare i numeri. Un conto è il risultato di un test tra tutti i potenziali elettori. Un conto potrebbe essere il risultato reale di una consultazione effettuata solo con il 30% degli iscritti ai seggi elettorali. Un conto è raccogliere pronostici e propensioni tra gli elettori instabili, un conto è doverli raccogliere tra gli elettori inesistenti.

Chi lo doveva dire che il Covid avrebbe inciso pure sulle scelte degli elettori e sulla carriera dei candidati? Già, chi lo doveva dire.

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