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Rileggere Andreatta: promemoria sul bilancio

Oggi, leader e partiti litigano sul superfluo, cioè sull’aria fritta, ma sull’essenziale, cioè sui temi economici, sono più vicini di due fratelli siamesi

Rileggere Andreatta: promemoria sul bilancio

Un tempo, in economia, ci si divideva tra liberisti e interventisti, tra rigoristi e solidaristi, tra ricardiani e keynesiani, tra sacerdoti del pareggio di bilancio e cardinali del deficit spending. E anche la politica si adeguava, mutuando, facendo proprie le succitate classificazioni. Oggi, invece, se un leader si appellasse al rigore, dovrebbe mettere in conto un isolamento che manco Napoleone (1769-1821) a Sant’Elena. Oggi, leader e partiti litigano sul superfluo, cioè sull’aria fritta, ma sull’essenziale, cioè sui temi economici, sono più vicini di due fratelli siamesi.  

Certo, ogni tanto spunta qualche distinguo, spesso condizionato o ispirato dalle leggi della comunicazione che richiedono un volume alto e un lessico hard. Ma si resta sempre nel recinto delle mini-distinzioni, delle sfumature congeniali ai lanci tv. Pressoché tutti, vedi l’atteggiamento odierno nei confronti dell’Europa, caldeggiano una linea economica keynesiana, espansivista, poco timorosa dei pericoli insiti nella prospettiva del debito a oltranza. Lo stesso John Maynard Keynes (1883-1946) adesso si dissocerebbe dalla condotta di molti suoi ammiratori, come già ebbe modo di intuire e di prefigurare nel crepuscolo della sua esistenza terrena. Ripetiamo. Le differenziazioni nel partito unico del debito riguardano piccoli temi e servono soltanto per i titoli dei giornali e dei tg. Per il resto, viva il debito, viva la spesa frivola (aggettivo caro ad Andreatta).
Chissà cosa direbbe oggi proprio Nino Andreatta (1928-2007) se avesse la possibilità di rifarsi un giro sulla Terra. Gigante della storia politica ed economica nazionale, più volte ministro e stretto collaboratore di Aldo Moro (1916-1978), il professor Andreatta nasce keynesiano, ma strada facendo si accorge che alla solidarietà giova più la stabilità finanziaria che la mitologia di alcuni interventi per l’occupazione. E siccome il Nostro non è tipo da compromessi, su questo tema battaglierà fino all’ultimo. Per dire: Andreatta è così ossessionato dal pareggio del bilancio da proporre correttivi ancora più restrittivi all’articolo 81 della Costituzione che pure vietava nuove spese senza la corrispettiva copertura finanziaria. Una linea di rigore, quella andreattiana, pienamente condivisa da Moro. Dice l’economista trentino in una lunga intervista: «C’era in Moro, nella sua cultura meridionale, un atteggiamento favorevole ai processi spontanei. Nonostante i suoi discorsi sulla programmazione, c’era in lui quel buonsenso quasi “contadino” di diffidenza nei confronti di manovre di bilancio troppo azzardate».
È il 1984. La commissione bicamerale presieduta dal liberale Aldo Bozzi (1909-1987) esamina le proposte di riforma costituzionale per rendere più scattante il Belpaese. Andreatta si presenta con un fascicolo il cui obiettivo, si legge testualmente, nell’introduzione, è di «sbarrare tutte le strade alla legislazione di spesa priva di copertura». Le proposte di Andreatta farebbero concorrenza, sul piano del rigore, al miglior repertorio di Quintino Sella (1827-1884) e di un ministro teutonico. Ecco uno stralcio dall’ideario dell’economista moroteo: 1) Votazione preliminare delle Camere sul «limite massimo dell’autorizzazione a contrarre prestiti sotto qualunque forma per i cinque anni successivi», in modo tale da indurre le manovre di bilancio a mantenersi entro i limiti stabiliti. 2) Obbligo del pareggio del bilancio corrente e possibilità di ricorrere al mercato, facendo debito, riservata solo alla spesa per investimenti. 3) Obbligo di accompagnare ogni ddl e ogni emendamento di spesa, sia governativo che parlamentare, con una relazione tecnica bollinata dal Ragioniere generale dello stato. 4). Stop, nei sei mesi precedenti lo scioglimento delle Camere, alla presentazione di provvedimenti legislativi che aumentino le spese o riducano le entrate. 5) Potere per la Corte dei Conti di valutare, in sede di rendiconto, il costo effettivo delle leggi varate nelle sessioni finanziarie precedenti; e di rivolgersi alla Corte Costituzionale nei casi di leggi non ritenute conformi alle nuove norme dell’articolo 81.

Contrariamente alle previsioni, il super-emendamento di Andreatta viene approvato, ma rimane lettera morta perché la Bicamerale Bozzi naufraga come naufragheranno le successive analoghe commissioni. Una cosa è certa, però. Se quei correttivi avessero fatto strada, il debito pubblico italiano non avrebbe toccato le vette da capogiro che conosciamo e che, spesso, tolgono il sonno agli animi più responsabili.

Certo, oggi il vangelo economico di Andreatta apparirebbe più eversivo di un’eresia sull’altare, ma i guai dello Stivale non dipendono dal Covid 19, vengono da lontano, la pandemia rischia solo di aggravarli. I mali della Penisola provengono dall’indifferenza con la quale si è affrontata, anzi non si è affrontata, un’altra “emergenza strutturale” denunciata spesso da Andreatta, con il suo linguaggio diretto, senza peli sulla lingua. «Credo che la divisione tra politica ed economia sia più importante, per un Paese, della divisione dei poteri elaborata da Montesquieu»: è sufficiente questa frase per riassumere al meglio il pensiero di Andreatta, che il senso comune odierno bollerebbe come passatista e provocatorio.

Ma anche il ministro del Tesoro che sfidò i Poteri Forti e Opachi della Prima Repubblica ha patito, in parte, la sorte toccata a Luigi Einaudi (1874-1961): entrambi autori involontari, ma consapevoli, di prediche inutili. Peccato, però, che le prediche utili e alla moda abbiano, invece, prodotto quella montagna del debito pubblico anti-crescita che manco gli sciuponi sovrani francesi pre-Rivoluzione (1789) erano riusciti ad accumulare.

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