Giovedì 18 Agosto 2022 | 10:40

In Puglia e Basilicata

L'editoriale

L'operazione fascino che serve all’Unione

L'operazione fascino che serve all’unione

Dissoltasi in breve tempo la retorica che accompagnò l’incipit del cammino comunitario, all’Europa è venuto sùbito a mancare il cocktail che avrebbe potuto eccitare le sue popolazioni

21 Luglio 2020

Giuseppe De Tomaso

Incredibile. L’Europa ha assicurato 75 anni di pace, ha unito le economie, ha liberalizzato i trasporti, ha sprovincializzato giovani e vecchi, insomma ha cambiato in meglio la vita a centinaia di milioni di persone, eppure non è mai riuscita a suscitare quel patriottismo euroccidentale che avrebbe potuto scongiurare sul nascere tensioni, rotture e conflitti permanenti. Dissoltasi in breve tempo la retorica che accompagnò l’incipit del cammino comunitario, all’Europa è venuto sùbito a mancare il cocktail che avrebbe potuto eccitare le sue popolazioni, specie le generazioni più più fresche: il Fascino. Un obiettivo, non solo politico, può fondarsi sulle migliori intenzioni, può poggiare sulle più convincenti motivazioni, può eliminare da sùbito tutte le più insidiose controindicazioni, ma se non possiede quel quid chiamato Fascino, non avrà mai strada facile davanti a sè.

Intendiamoci. L’Europa attuale non costituisce un frullato di fallimenti. Anzi. Basti pensare alla moneta unica, alla Bce, soluzioni e istituzioni che solo pochi decenni fa sarebbero sembrate più inverosimili o immaginifiche di una storia d’amore tra Donald Trump e Greta Thumberg. Eppure, nonostante una gimkana continua di ostacoli e difficoltà, l’Europa si è integrata e allargata parecchio anche se talora qualche socio si è smarcato o ha deciso di uscire dal club.

Ma, bisogna convenire, tutto ciò non basta. Non è sufficiente riconoscere i progressi compiuti finora a dispetto di nazionalismi, sovranismi e suprematismi. Oggi l’Europa si trova a un bivio: o completa il suo percorso di integrazione, attribuendo al suo parlamento il potere di «fare il bilancio», oppure, a furia di strappi e ricuciture in extremis, a un certo punto l’Unione si spappolerà irrimediabilmente, con buona pace di tutti i benefìci prodotti finora.

Che sia utile promuovere una sorta di Operazione Fascino, lo si deduce da questa considerazione. Fino a pochi lustri addietro, erano i governanti italiani, per scopi interni, a chiedere agli organismi europei di far pesare con forza i vincoli esterni, gli obblighi comunitari, in maniera tale da facilitare l’iter di manovre economiche rigorose e razionali. Erano i ministri di Roma a invocare dure «condizioni» da Bruxelles, allo scopo di respingere l’assedio di questuanti e molestatori vari (sempre a caccia di sussidi clientelari) che, durante le sessioni di bilancio, non lasciavano mai in pace i rappresentanti del governo e la relativa squadra di capi di gabinetto, direttori ministeriali e alta burocrazia. Oggi, invece, il quadro si è rovesciato. Le «condizioni» europee non solo non vengono più auspicate come l’unico mezzo per contrastare in loco l’assalto alla dirigenza centrale, ma vengono esecrate peggio di un’eresia diabolica. Anzi, si trasformano in spauracchi da combattere nel segno dell’identità nazionale o nazionalistica da salvaguardare. Emilio Colombo (1920-2013) e Guido Carli (1914-1993) furono gli antesignani del ricorso al «vincolo esterno» per frenare gli ardori del partito unico della spesa pubblica, che in Italia non ha mai vissuto momenti di crisi. Non sempre i due ci riuscirono. Non sempre ci riusciranno i loro successori. Ma se quella classe dirigente non si fosse affidata, almeno in parte, ai «vincoli esterni», alle severe condizioni stabilite dall’Europa contro la finanza allegra, beh già da allora la sudamericanizzazione del Belpaese non sarebbe stata un’ipotesi di scuola, ma si sarebbe manifestata con tutta la sua carica negativa.

Ora. Il compromesso di queste ore su prestiti e sussidi alle economie prostrate dal Covid 19 non può rimanere un escamotage per disinnescare l’esplosione dell’Unione. O si trasforma in un’occasione di rilancio del processo unitario del Vecchio Continente, o le liti e le risse riprenderanno presto con maggiore intensità e pericolosità di prima. L’Europa più grande deve addomesticare le Europe più piccole. L’Europa più grande deve demolire il culto, ancora vivo e diffuso, dello stato-nazione, figlio dell’incrocio tra l’idealismo hegeliano e militarismo napoleonico.

Le Europe sono troppe. Il che mette in crisi i princìpi originari dell’Unione. Servirebbe, paradossalmente, un «vincolo esterno», extracontinentale, che spinga ad accelerare l’integrazione politica della comunità. E questo vincolo c’è, multiforme e per tutti i casi: si può chiamare Cina, o Usa, o concorrenza internazionale, o crisi economica, o pandemia.

Già il mondo non basta per affrontare un’emergenza di portata epocale come il Coronavirus, figuriamoci come potrebbero farcela le singole nazioni, da sole. Non rimane che una soluzione: la stesura del bilancio da assegnare al parlamento europeo, ultima e decisiva tappa prima degli Stati Uniti d’Europa. Solo così svanirebbero le piccole patrie e le piccole Europe, solo così si stempererebbe la distinzione tra Paesi temperati e Paesi sregolati. È l’unica strada, questa, in grado di fermare la discesa verso il un burrone. Speriamo che una veterana dell’europeismo, come Angela Merkel, si metta alla testa dei più volenterosi e responsabili per bloccare la caduta. Del resto, come avvertiva il francese Jean Monnet (1888.1979), tra i padri fondatori dell’Unione, l’Europa progredisce solo con le crisi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento:

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Carica altre news...

 

PODCAST

 

PRIMO PIANO

 
 
 
 
- News dai Territori -
 
Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725