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Educazione alla strada

Le biciclette, elettriche o «normali», ma ora anche i monopattini (a Bari ne sappiamo qualcosa... ) condotti da gente che il Codice della strada non sa nemmeno cosa sia, stanno diventando sempre più un pericolo pubblico

Educazione alla strada

Oggi o domani o magari fra qualche giorno in molti ci metteremo al volante per andare al mare o in collina a smaltire gli effetti post-Coronavirus. Magari solo per una gita da mattina a sera. Ma immancabilmente sul nostro percorso, sul ciglio della strada fissato al guard-rail troveremo almeno un mazzo di fiori, o un peluche o qualche altro ricordo sbiadito dal polverone smosso dalle ruote di migliaia di veicoli al giorno che ci ricorderà chi in quel punto, in quel tratto di strada ha perduto la vita.

Sulla strada Andria – Barletta è nata nelle ultime ore un'altra tappa nera di questo «Giro d'Italia» del dolore, un tassello che mai nessuno avrebbe voluto si aggiungesse al brutale puzzle della morte, lì dove tre ragazzi di soli 17 (due) e 19 anni sono stati falciati. Nessuna età è quella «giusta» per giustificare la perdita dei propri cari a chi toccherà piangere i nuovi morti della strada, ma la storia di questi tre giovanissimi deve far riflettere, e molto, non solo le comunità coinvolte nella tragedia ma anche chi – forze di polizia e agenzie educative – fa non solo repressione ma anche prevenzione sulla sicurezza stradale.
La dinamica di quest'ultima storiaccia è chiara, come riferisce il nostro giornalista Aldo Losito nelle Cronache. I tre giovani, dopo una notte di festa con gli amici, in tre su una bici elettrica percorrevano la Statale 170. Sono stati travolti all'alba da un furgone sulla loro stessa corsia di marcia. Su quel furgone, tre uomini che a quell'ora andavano a guadagnarsi la giornata di lavoro.

Ragazzi che tornano da una festa, operai che devono sbarcare il lunario... Vite diverse che si sono tragicamente incrociate in quel maledetto punto della Andria – Barletta.

Le famiglie delle giovanissime vittime sono distrutte dalla perdita dei loro ragazzi. Ma nessuno aveva loro detto che con quella bicicletta elettrica, per lo più in tre persone sullo stesso mezzo, era semplicemente vietato viaggiare su una strada extraurbana? E sembra anche – gli accertamenti dell'autorità giudiziaria sono ancora in corso – che la «due ruote» non avesse luci, cosicché il conducente del furgone non avrebbe visto quel mezzo, comunque lento lungo la propria traiettoria di marcia, in tempo utile per evitare la tragedia. Inoltre, sembra che la bici si trovasse al centro della strada.

«Anche il conducente del furgone è in ospedale per accertamenti, mentre le due persone che viaggiavano con lui sono in caserma a Barletta per aiutare i Carabinieri a ricostruire la dinamica dell’incidente. Sul posto, oltre ai Carabinieri sono intervenuti il medico legale e il magistrato di turno della Procura di Trani, Giuseppe Francesco Aiello, che procede con l'ipotesi di reato di omicidio stradale» informavano le agenzie di stampa in mattinata.

Dietro queste righe asettiche, non solo la tragedia dei familiari dei ragazzi ma anche, ora, il dramma di un uomo che, oltre ad essere di colpo ferito dalla «colpa» di aver ucciso involontariamente quei tre giovani andando – lo ripetiamo – a lavorare, potrebbe passare guai seri dal punto di vista giudiziario. Senza contare le ripercussioni sulle attività lavorative di tutti e tre gli operai.

Le biciclette, elettriche o «normali», ma ora anche i monopattini (a Bari ne sappiamo qualcosa... ) condotti da gente che il Codice della strada non sa nemmeno cosa sia, stanno diventando sempre più un pericolo pubblico per automobilisti e camionisti sia nelle città sia sulle strade extraurbane. Mine vaganti senza regole, come i «fantastici» ciclofattorini che pedalano a tutta birra in controsenso nelle strade cittadine soprattutto di notte.
Prima di diffondere la «mobilità ecologica» a tutto spiano, non dovremmo forse curare molto ma molto di più una «ecologia» dell'educazione stradale, della sicurezza e del senso civico?

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