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Quelle parole di Moro sui rischi della politica factotum

Lo statista era lontano anni luce dall’idea che la politica dovesse fare l’asso pigliatutto a dispetto della società civile

Quelle parole di Moro sui rischi della politica factotum

La politica può tutto? Diceva l’economista Nino Andreatta (1928-2007), consigliere principe di Aldo Moro (1916-1978), che per lo statista ucciso dalle Br «l’Italia era come un castello di carta, si poteva cercare di costruire un ulteriore piano, ma bisognava appoggiare le carte con grande delicatezza e trattenere il respiro, altrimenti crollava tutto». Traduzione: Moro andava con i piedi di piombo tutte le volte che si trovava a dover decidere qualcosa. Temeva che alcune riforme, varate per il solo gusto di vararle, potessero peggiorare la situazione e trasformarsi in pericolose controriforme.

Era consapevole, Moro, delle difficoltà strutturali del Paese, ma voleva evitare guai maggiori. Inoltre, Moro era lontano anni luce dall’idea che la politica dovesse fare l’asso pigliatutto a dispetto della società civile, o che dovesse intervenire e decidere su ogni cosa comprimendo gli spazi di iniziativa e di autonomia di cittadini, famiglie e imprese.

Nessuna parola era più aliena dalla mentalità di Moro, della parola progetto. I progetti, osservava con palese ironia, lasciamoli agli ingegneri, che, di solito commettono l’errore di scambiare gli uomini per delle macchine. In questo ostentato distacco nei confronti dei «progetti», era condensata tutta la diffidenza morotea verso la politica ridotta a tecnica dell’organizzazione, a costruzione del consenso, a pianificazione minuziosa delle scelte individuali.

La persona prima di tutto, ripeteva Moro, manifestando così tutta la sua contrarietà nei confronti di ogni tentazione onnicomprensiva, costruttivistica e perfettistica dell’agire politico, tentazione storicamente assai diffusa presso quei leader, governanti, tecnocrati e intellettuali, persuasi che lo stato, cioè la politica, possa affrontare e risolvere ogni problema. Non è così, dal momento che la conoscenza non è mai assoluta e definitiva, anzi è sempre parziale, frammentaria, incompleta e provvisoria. E poi, nessun essere umano potrebbe mai entrare in possesso di tutte le informazioni necessarie per fronteggiare emergenze e crisi varie. Neppure milioni di decisori riuscirebbero nell’intento. Anzi. I politici non sono colpevoli perché sbagliano le previsioni. Ciò è inevitabile. I politici sono colpevoli perché abbozzano molte previsioni.

Questa prudenza nella gestione della cosa pubblica costò a Moro una fitta sequela di rimproveri, fra cui quello di «Gattopardo levantino», che, in fondo li riassumeva tutti. Ma Moro era tutt’altro che un «Gattopardo levantino». Semmai, come dimostra la storia, era vero il contrario, visto che nessuno come lui si era posto il problema del funzionamento della democrazia.
Viceversa. Se, dopo la sua scomparsa, i governanti italiani avessero contato fino a dieci prima di cedere alla nevrosi da riforma (purchessia) che spesso pervade i gruppi politici, probabilmente oggi lo stato dell’arte risulterebbe meno grave e pesante, perché minore sarebbe risultata l’invadenza del potere nelle azioni quotidiane della gente.

Che direbbe Moro della volontà, cui non sa resistere nessuno, di regolamentare qualsiasi cosa, anche la più insignificante? Bah, a uno che attribuiva all’autonomia della società civile un valore non negoziabile, a uno che riteneva la cultura l’unico mezzo per avvicinare la verità, la pretesa di voler irrobustire un positivismo giuridico già obeso sarebbe apparsa più pericolosa di una stella rovente in caduta libera sulla Terra.

Esaminiamo il caso del Sud. Moro addebitava al ruralismo del fascismo la responsabilità di aver aggravato la questione meridionale. La tesi morotea era semplice, razionale: se la politica urbanistica del regime era fondata, come era fondata, sull’obiettivo di “chiudere le città” (anziché aprirle), di impedire il trasferimento dalle campagne ai centri più dinamici, non ci voleva molto a immaginare, come poi è avvenuto, conseguenze assai negative per il Meridione. Il cui sviluppo commerciale e industriale venne nuovamente e automaticamente frenato, dal momento che, da sempre, sono le città a favorire il progresso economico, molto più della vita bucolica. Infatti. In Italia lo stop decretato da Benito Mussolini (1883-1945) all’edilizia, alla naturale crescita delle città, ha provocato, nel tempo, insostenibili contraccolpi umani e territoriali. Contraccolpi che prontamente si sono verificati nel secondo dopoguerra, quando è scattata la massiccia emigrazione dal Sud verso il Nord. Nessuna cintura urbana settentrionale fu in grado di accogliere, come si doveva, un esodo così imponente. Morale: costruzione di quartieri ghetto, segregazione dei meridionali, difficoltà di integrazione, distorsioni ambientali, brutture architettoniche, mostruosità territoriali, conflitti e costi sociali elevatissimi.

Se il Duce non avesse voluto dimostrare che, anche nell’urbanistica, lui aveva sempre ragione, quasi certamente non avremmo assistito, negli anni Cinquanta, al riacutizzarsi delle lotte tra le due Italie.
Perché abbiamo chiamato in causa alcuni protagonisti e modelli del passato? Perché mai, come adesso, si nota la tendenza, da parte dell’intero ceto politico, di voler condizionare o addirittura indirizzare, prestabilire i comportamenti persino nei consumi privati di cittadini e famiglie. Ma i consumi privati significano libertà. E libertà significa non avere padroni che ti dicano cosa fare, come fare, perché fare e dove fare.
Indubbiamente la pandemia, non solo in Italia, ha corroborato la voglia matta del potere di estendere, all’infinito, il proprio raggio d’azione. Sull’onda delle emergenze continue il potere reale si è trasferito dal parlamento al governo, dal governo all’amministrazione burocratica. E né questa traslazione di competenze mostra segnali di autocontenimento. Attenzione, però. Di questo passo, le democrazie, che già devono fronteggiare gli assalti del populismo digitale, rischiano di ammalarsi piuttosto seriamente. Altro che Covid 19.

Ecco perché la rilettura dei classici del pensiero politico, tra cui rientrano anche gli scritti politici e le lezioni di filosofia del diritto di Moro, sarebbe quanto mai opportuna e proficua. In fondo, i classici sono tali perché non muoiono mai.

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