Martedì 26 Marzo 2019 | 01:03

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Contro peste e colera san Rocco proteggici tu

di Pietro Sisto
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I santi devono una buona parte della  loro fortuna tra gli uomini anche ad eventi  luttuosi e devastanti come malattie, epidemie  e terremoti di fronte ai quali la scienza medica dimostrò per secoli e secoli la propria inadeguatezza. E soprattutto nel Medioevo, quando l’età media degli uomini si aggirava intorno ai trent’anni, le popolazioni erano terrorizzate dalla morte improvvisa e  da quella provocata dalla peste. Per la prima si faceva ricorso soprattutto a san Cristoforo la cui immagine, si  diceva, riusciva a proteggere tutti quelli che la mattina  si soffermavano a guardarla e che potevano così  vivere tranquilli (si  fa per dire, ovviamente) fino alla sera: questo spiega la grande diffusione di affreschi  raffiguranti il santo che attraversa un fiume con Gesù bambino sulle spalle non solo all’interno delle chiese, ma anche su torri, porte d’ingresso e mura cittadine o su pareti esterne di edifici situati in luoghi centrali o  lungo vie molto frequentate.
Per scampare alla peste si ricorreva invece a san Sebastiano e  soprattutto a san Rocco: al primo perché nell’iconografia più diffusa e consueta il martire veniva raffigurato con il corpo colpito in più punti dalle frecce che divennero ben presto simbolo e metafora del castigo che proprio attraverso questa terribile malattia Dio mandava sulla terra per punire i peccati degli uomini. A san Rocco si rivolsero invece singoli fedeli e intere comunità cittadine perché secondo una consolidata tradizione  agiografica il santo/pellegrino di Montpellier  per portare aiuto agli appestati fu colpito  dal morbo che lo costrinse a una vera e propria quarantena, a un volontario isolamento alleviato dalle premure di un cane che provvedeva a non fargli mancare il cibo necessario sottraendolo alla mensa del suo signore.
E  il culto di san Rocco si diffuse in particolar modo in Puglia, che per motivi di carattere geografico, sociale, ambientale e igienico-sanitario non solo fu esposta alla malattia, ma fu anche «teatro» dell’ultimo grande episodio di peste bubbonica dell’Europa occidentale nel 1815-16 (Noicattaro). La venerazione per il santo è dimostrata dalle numerose statue  che vengono portate in processione o che sono collocate nelle edicole dei vicoli e delle piazzette dei nostri centri storici e soprattutto dal fatto che il santo è  patrono o protettore di molti paesi dove in suo onore si montano luminarie, si accendono fuochi d’artificio e si organizzano cortei e cavalcate in costumi d’epoca.
E quando alla fine dell’Ottocento lo scienziato Yersin riuscì finalmente ad isolare il bacillo della peste e a far comprendere che si diffondeva soprattutto attraverso i topi e le pulci, per San Rocco si prefigurava un lento, irreversibile declino: e invece non fu proprio così perché  nel frattempo incominciò ad aggirarsi lo spettro di un altro nuovo, terribile morbo, il colera, che ugualmente contagioso e mortale  richiese la realizzazione di  cordoni sanitari molto simili ai famigerati «muri della peste». Il  culto  per il santo di Montpellier trovò così una insperata occasione di «rilancio», favorita peraltro dal fatto che anche in questa circostanza la scienza medica non riuscì a dare risposte immediate e convincenti.
In questo clima di grande incertezza e preoccupazione si inserì con spirito battagliero e polemico un colto intellettuale di Putignano, Antonio Karusio, studioso di problemi di carattere scientifico-naturalistico, di usi e costumi popolari e soprattutto fiero oppositore dei privilegi della Chiesa cattolica: fece costruire su un suolo  scomunicato, appartenuto agli ordini monastici soppressi, una possente torre in stile ghibellino progettata dall’architetto conversanese  Sante Simone e immersa in un ampio giardino ricco di piante e fiori pregiati, abbellito da  fontane, voliere,  antiche statue e preziosi reperti archeologici. Amico di noti scrittori e di grandi patrioti italiani volle, tra l’altro, che la sua sepoltura avvenisse «senza qualsiasi  segno religioso, pompa, e di notte»  e che una parte dei suoi averi  fosse distribuita ai più bisognosi del paese.
A lui,  alla sua sferzante ironia e alla sua «rabbia» anticlericale si devono alcuni versi ispirati proprio dai disagi e dai lutti che il colera stava provocando  a Putignano. Al tema certamente più consueto dell’incertezza della scienza e  della latitanza dello Stato e delle amministrazioni locali  di fronte alla virulenza dei nuovi bacilli preferì infatti  auspicare per gli sfortunati concittadini un’improbabile, irriverente rivoluzione celeste, una diversa, più credibile gerarchia  di madonne e santi tra i quali – osservò con disappunto -  da un lato brillava ancora  per  intraprendenza ed efficacia San Rocco, venerato  con grande devozione soprattutto a Noci, dall’altro finivano per fare una meschina figura i  «padroni» e  i protettori di Putignano: «La Madonna del Mal della Vetrana,  / dal colera difende Castellana. / Ed il colera per Noci non investe,  / che San Rocco protegge dalla peste. / Da Alberobello il mal tiene lontano,   /  il poter di San Cosma e San Damiano. / Il morbo quel paese non assale / giacché medico è l’uno, l’altro speziale. / Sol Putignano è invaso dai bacilli, / perché suoi protettori sono imbecilli. /  Presso Domineiddio pare deciso. / Ogni credito han perso in Paradiso. / Perciò bisogna cambiar padroni / dacchè àn fatto figura di minchioni».

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