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In tre anni possiamo fare un salto nel futuro

Con il “Recovery Fund”, si può cominciare allora a ragionare su come l’Italia potrà spendere i 172 miliardi, 82 a fondo perduto e 90 a titolo di prestiti, che dovrebbero essere messi a disposizione nell’arco dei prossimi anni

In tre anni possiamo fare un salto nel futuri

Con il “Recovery Fund” da 750 miliardi di euro, denominato programmaticamente “Next generation” dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Lyen, l’Ue è rinata dalle sue ceneri come l’araba fenice. “È il D-day del XXI secolo”, ha commentato con enfasi il presidente del Parlamento di Strasburgo, David Sassoli. E all’indomani dell’annuncio, un autorevole economista e parlamentare di centrodestra, come il professor Renato Brunetta, ha scritto: “L’Europa solidale (da ieri) esiste davvero”. Non a caso il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, ha apprezzato il piano di Bruxelles, prendendo apertamente le distanze dai suoi alleati sovranisti. E perfino Giorgia Meloni ha dovuto riconoscere che “qualcosa si muove”.

In attesa ora che il Consiglio europeo del 19 giugno con i capi di Stato e di governo dei 27 Paesi discuta e magari approvi la proposta, si può cominciare allora a ragionare su come l’Italia potrà spendere i 172 miliardi, 82 a fondo perduto e 90 a titolo di prestiti, che dovrebbero essere messi a disposizione dell’Italia nell’arco dei prossimi anni. Anche se si trattasse di 20 miliardi all’anno, sarebbe già un forte impulso per compiere un salto nel futuro a breve termine, diciamo nel triennio 2021-2023.

Una “finestra di opportunità” per risolvere i nostri ritardi, colmare le nostre lacune e avviare uno sviluppo sostenibile, a vantaggio soprattutto delle generazioni più giovani. E naturalmente, per ridurre il “gap” fra Nord e Sud, stimolando il rilancio del Mezzogiorno a beneficio di tutto il Paese.
Che cosa si può fare, dunque, con tutti questi soldi? Come dobbiamo investirli? Quali sono i capitoli di spesa su cui concentrarli? Sono tre le direttrici principali che possono rendere di più in termini economici e civili. Vale a dire: 1) la digitalizzazione del Paese, 2) la transizione ecologica e 3) la giustizia sociale. Ma occorre attrezzarsi rapidamente per individuare e definire progetti concreti, superando le pastoie burocratiche e le resistenze politiche che finora hanno rallentato, ostacolato o impedito la realizzazione di tanti programmi europei.

Abbiamo bisogno, innanzitutto, di ammodernare le nostre infrastrutture materiali e immateriali, a cominciare dalla banda larga che attraverso Internet ultra-veloce può favorire lo sviluppo delle imprese, del commercio e del turismo. In secondo luogo, per essendo il Paese europeo che detiene la quota più alta di energie rinnovabili, l’Italia deve completare il processo di “decarbonizzazione”, per diminuire il consumo di fonti fossili e contrastare l’inquinamento: per quanto riguarda in particolare il trasporto delle persone e delle merci, il passaggio dalla gomma al ferro - cioè dall’auto e dai Tir al treno - diventa ormai obbligato. E infine, per garantire una maggiore giustizia sociale all’uscita dalla pandemia, è necessario ridurre le disuguaglianze, come ha auspicato il Governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, nella sua ultima relazione annuale: l’obiettivo è quello di ristabilire un rapporto più equo fra i 2/3 della popolazione che in questa emergenza hanno mantenuto sostanzialmente invariati i propri redditi (stipendi, pensioni, pubblico impiego e settori non colpiti o meno colpiti dall’emergenza) e 1/3 di lavoratori dipendenti che sono finiti in cassa integrazione (circa sette milioni di addetti), professionisti, commercianti e autonomi. Altrimenti, senza un nuovo “Patto sociale” fra garantiti e non garantiti, non riusciremo a ricostruire la base della convivenza e dell’unità nazionale per uscire da questa crisi economica e sociale.

Al di là delle divergenze e delle contrapposizioni fra i partiti, più o meno strumentali e propagandistiche, soltanto un grande progetto di trasformazione del Paese può restituire ai cittadini italiani un senso di appartenenza; un sentiment di fiducia; una spinta per superare l’incertezza, il disorientamento e la paura che l’epidemia di coronavirus ha ulteriormente diffuso e accresciuto a livello collettivo. Quella “unità morale”, insomma, che il presidente Mattarella ha invocato in occasione della Festa della Repubblica, come pre-condizione della vita politica.

Ne abbiamo avuto indirettamente una prova tangibile con la sottoscrizione dei 14 miliardi di “Btp tricolori” da parte dei piccoli risparmiatori. A parte la convenienza finanziaria dell’investimento, questa è stata in qualche modo anche una manifestazione “patriottica” di partecipazione e condivisione. Un segnale di speranza nel futuro. E una conferma che l’Italia, sostenuta dalla solidarietà europea, ha le risorse e le energie per risollevarsi.

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