Domenica 24 Marzo 2019 | 12:02

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Se la vita diventa una lotteria i più vivono male

di Enzo Verrengia
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La combinazione vincente al Superenalotto che non esce incombe nei sogni degli italiani schiacciando tutto il resto. Del resto, la crisi non offre alternative concrete nel quotidiano. Anzi. Alla ripresa lavorativa, si profila l’esatto contraltare del jackpot: la possibilità di 200mila licenziamenti. La spettacolarizzazione delle vincite al gioco fa somigliare ancora una volta alla fiction La trama della realtà, per riprendere il titolo del bellissimo libro di David Deutsch. D’altro canto, fin dagli inizi della storia massmediatica, la Tv ha posto un’enfasi rimarcata sui giochi a premi.
Nonostante l’impeto della contestazione e dell’«autunno caldo» abbiano portato, negli anni ’70, alla centralità del rispetto per il lavoro, dagli anni ‘80 in poi è stato un crescendo di inneggiamenti al denaro facile, ottenuto senza fatica e prestazioni qualificate, solo per caso. Così, l’Italia del XXI secolo diviene la replica di quella dell’immediato dopoguerra. È il ritorno della grande e vana illusione ventilata a un Totò evasore fiscale e insolvente da un Fabrizi agente delle tasse e futuro consuocero: gioca la schedina e spera...
Chissà se qualcuno degli ignoti supervincitori di lotterie è incappato in una vicenda mozzafiato ma non certo piacevole da subire in prima persona come quella de Il biglietto vincente, best seller d’annata di David Baldacci. Una povera americana di origini asiatiche, senz’altra ricchezza all’infuori di un corpo da favola, viene coinvolta in un’oscura e imprevista fortuna alla lotteria della quale ha acquistato un biglietto per conto del suo datore di lavoro. L’entità della somma che si ritrova a disposizione la catapulta in un labirinto di rischi atroci ed esperienze escogitate ad hoc per veicolare un’antica morale d’Occidente: il denaro va guadagnato col sudore della fronte, pena la dannazione in terra prima ancora che nell’aldilà.
Tanto più nell’America, colonizzata a suo tempo dai Pilgrim Fathers, i padri pellegrini, puritani e adoratori della libera impresa e dei guadagni come strumenti di purificazione dell’anima. Anche a loro, oltre che a Lutero e Calvino, va fatta risalire L’etica protestante e lo spirito del capitalismo che avrebbe ispirato il titolo del proverbiale saggio di Max Weber. Nella nota preliminare di questo vangelo dello sviluppo commerciale, si legge: «Un atto economico “capitalistico” deve significare in primo luogo un atto che si basa sull’attesa di un guadagno consentito dallo sfruttamento di possibilità di “scambio” - dunque su probabilità di profitto (formalmente) “pacifiche”». E ancora: «un uso pianificato di prestazioni reali o personali al fine di conseguire un profitto...». Nessuno di questi due requisiti, lo scambio e le prestazioni, si configura dietro le cifre erogate dalle lotterie, che divengono oscene non solo rispetto alla miseria dei Paesi sottosviluppati, bensì nel persistere degli effetti di lungo corso che hanno fatto seguito alla catastrofe monetaria su scala globale.
Peraltro, la morbosa escalation delle lotterie in Italia ha origine, come molti discutibili influssi di costume, proprio oltre l’Atlantico. In quegli Stati Uniti la cui costituzione peraltro ha modelli massonici, ovvero intrisi di una filosofia che sacralizza la libera impresa e l’affermazione individuale. Laddove di libero e individuale, in una supervincita non c’è nulla. Si tratta unicamente di fortuna, già dea tutelare di una deteriore visione neanche italica, quanto meridionale (o miracolo adda veni, ecc). Questo perché negli Stati Uniti della rabbia, come li ha definiti in uno splendido libro l’inviato della Bbc Gavin Esler, a un certo punto è venuta meno la fiducia del ceto medio nelle certezze dell’american dream e si è preferito ripiegare proprio sui giochi a premio, che imperavano tra gli emigrati latini, in particolare portoricani, messicani e italiani.
Siamo quindi «vittime» dei cascami di ritorno di una subcultura, scaricata e non esportata oltreoceano, per poi ritrovarcela di nuovo alle porte di casa proprio mentre da noi muoveva i primi passi una mentalità finalmente all’insegna del merito e della responsabilità, fuori dalle secche dello statalismo, del nepotismo e del mammismo. Lo scriveva anche «L’Economist», qualche anno fa. Inutile varare, come la Francia, misure protezioniste del modus vivendi europeo e prendersela con l’America. Ciò che ne proviene non è altro che lo specchio deformato di quanto a sua volta vi ha esportato l’immigrazione mondiale.
Sta di fatto che una società in cui si propaga l’idea che si guadagna per pura fortuna e non per il paziente lavoro di raccolta dei frutti della professionalità somiglia pochissimo al terzo millennio delle aspettative più eccelse. Più che il «villaggio globale», ricorda un villaggio medievale, pieno di giullari e cantastorie che trasformano in affabulazioni un quotidiano fatto di disservizi e improvvisazioni per tirar avanti.

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