Lunedì 01 Giugno 2020 | 08:44

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Sos Salento uliveti ignorati: intere aree desertificate

Il disseccamento di nove milioni di olivi, varietà Ogliarola di Lecce e Cellina di Nardò, il 96 per cento del totale, ha determinato l’abbandono di ogni pratica di coltivazione o di mantenimento di 85mila ettari

Aree disseccate dalla Xylella

ll Salento agricolo rischia un processo di inselvatichimento irreversibile. Il disseccamento di nove milioni di olivi, varietà Ogliarola di Lecce e Cellina di Nardò, il 96 per cento del totale, ha determinato l’abbandono di ogni pratica di coltivazione o di mantenimento di 85mila ettari.

È circa la metà dell’intera superficie agraria e forestale. Da Leuca al Nord del Leccese con penetrazione nella piana di Brindisi, da Gallipoli, primo focolaio dell’epidemia provocata dal batterio Xylella fastidiosa, ad Otranto è un’interminabile distesa di giallo e grigio fumo. Il giallo delle erbe e degli arbusti in fase avanzata di disseccamento. Il grigio fumo, dei tronchi e dei rami degli uliveti. Una combinazione micidiale che potrebbe fare da detonatore di incendi difficilmente controllabili e domabili.
L’abbandono di ogni coltivazione, a causa anche della decisione dell’anno scorso di considerare le buone pratiche nella zona infetta non più obbligatorie per contenere la popolazione degli insetti vettori, ma solo <fortemente raccomandate>, ha prodotto una conseguenza drammatica anche per la sicurezza della popolazione e del diffuso reticolo dei centri urbani, tra i 96 comuni, una sessantina di frazioni e nuclei rurali esistenti.

Lo stravolgimento è esteso e profondo. Se nelle aree a vigneto, quasi tutte ben coltivate grazie al successo dei vini pugliesi, le pratiche di conduzione seguono protocolli consolidati e affidabili, e solo aree interstiziali erano occupate da oliveti, in ampi distretti territoriali l’olivo ha rappresentato da secoli l’unica pianta in grado di resistere. Terreni aridi e sabbiosi, rocce affioranti, aree un tempo boschive poi diventate oliveti. Un rischio terribile alla vigilia dell’estate.

Quelli che erano i punti di forza di ecosistemi depositari di biodiversità straordinaria sono diventati purtroppo elementi di debolezza. Il paesaggio rappresentato dal piano paesaggistico regionale, approvato nel 2009, non esiste più. La stessa divisione tra il Salento delle Serre, uno scrigno di elevatissimo pregio ambientale nella parte meridionale della provincia, la Piana di Lecce e quella che si estende lungo la costa ionica fino a penetrare nel Tarantino, di fatto non ha più senso. L’abbandono per disperazione, la fuga da una campagna dura e ormai inospitale, la delusione per l’assenza di vere iniziative istituzionali, hanno diluito e reso ormai inconfondibili gli elementi di diversità e di ricchezza ecomorfologica, le straordinarie trame agrarie, la geografia idrografica, i ripari per i contadini nelle parti più vivibili, i muretti a secco costruiti con le pietre strappate alla geologia. Le Serre che rappresentano una sorta di dorsale fino a Santa Maria di Leuca sembrano solo leggeri rilievi di un territorio senza il contorno di pregio dei boschi di ulivo. Tutte le agende del piano paesaggistico andranno ristudiate e ripensate. Ogni pezzo del Salento, ogni microcosmo, ricuciture tra borghi e campagna dovranno trovare altre strade di ricomposizione, prima che sia troppo tardi.
C’è da piangere quando si attraversa il Parco dei Paduli, fino ad alcuni anni fa considerato il vero polmone verde del Salento. Decine di artisti, architetti del paesaggio e agricoltori con la vista lunga, fino ad alcuni anni fa hanno lottato, studiato e agito per una sua rinascita, possibile e per molti versi auspicata da decine di migliaia di visitatori e camminatori. Centinaia di ettari, con qualche milione di alberi, un alternarsi tra boschi (residui della <Foresta delle querce>) e uliveti nati dalle stesse radici e cultivar, miniera di essenze vegetali di ricchezza inestimabile.

L’area interessa 16 comuni, nella parte centrale e meridionale della provincia, da San Cassiano e Nociglia a Supersano, da Scorrano a Spongano, alcuni suggestivi nella parte alta delle Serre, altri ai margini. Un’area ricca di acque raccolte e protette da una rete di bonifica realizzata in secoli di lavoro tra poderi e intese sulla parola, e sull’interesse contadino e padronale. Il batterio ha stravolto tutto e ha dato il colpo di grazia a ogni speranza. Una landa pietrificata dal seccume, una polveriera non più presidiata come un tempo.

E’ stato un errore considerare la catastrofe Xylella solo come un’emergenza arborea, da affrontare e combattere con le armi tradizionali di qualche sostegno ai coltivatori, peraltro ancora attesi, e di promesse redistributive di fondi europei. Il Salento ha già perduto la sua ragione propulsiva, e la Puglia rischia di seguirlo in modo ancora più drammatico. E’ mancato e continua a latitare una visione che ponga comunità locali e nuovo paesaggio agrario al centro di una sfida storica per un’economia aperta e sostenibile, avanzata e dinamica. Il drappello di imprenditori agricoli illuminati è rimasto isolato, i tecnici delle università emarginati, i pezzi istituzionali privi di una ragione integrate e potente. Un fiume di parole, tanta retorica, un po’ di milioni impegnati nei bilanci di competenza e in transito nella cassa a piccole dosi.

Adesso, si dirà, c’è una catastrofe ancora più tragica, quella del Covid-19. E’ così, prima salvare le vite umane. Ma il Salento è stretto in un combinato disposto terribile, tra due emergenze prive di sbocchi praticabili. I dati, le informazioni, l’intreccio dello stallo produttivo, il peso delle vecchie pratiche che in passato ha costretto una parte dell’olivicoltura solo alla sopravvivenza, portano alla luce un buon numero di operatori <resistenti>. Forse un migliaio di proprietari, quelli che hanno partecipato al bando della sottomisura 5.2 del Psr 2014-2020, per beneficiare del sostegno finanziario al reimpianto. Qualcuno dovrebbe incontrarli, ascoltarli, e partire da questi volenterosi per reimpostare un’azione decisiva: aiutare le aziende che vogliono crescere, eliminando intralci burocratici e fiscali come le imposte indirette sulle operazioni di acquisto dei terreni, semplificare e snellire ogni operazione di rilancio produttivo sia in campagna sia nei frantoi e nelle strutture di trasformazione e della logistica.

E organizzare rapidamente interventi di buone pratiche con arature e trinciatura per evitare che il Salento sia preda degli incendi estivi.

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