Lunedì 01 Giugno 2020 | 08:47

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Il rilancio del Sud può aiutare anche il Nord

Abbiamo sempre sostenuto, da pugliesi, meridionali, italiani, che il Mezzogiorno non dev’essere un problema per il nostro Paese, bensì una risorsa, un’opportunità, un serbatoio di energie naturali, intellettuali e umane

Il premier giuseppe Conte

Abbiamo sempre sostenuto, da pugliesi, meridionali, italiani, che il Mezzogiorno non dev’essere un problema per il nostro Paese, bensì una risorsa, un’opportunità, un serbatoio di energie naturali, intellettuali e umane. E per riprendere il titolo di un saggio scritto dal sociologo Carlo Trigilia, ex ministro per la Coesione territoriale, ripetiamo ancora una volta che “non c’è Nord senza Sud”. Questo è tanto più vero oggi, all’inizio della Fase 2 che dovrebbe portarci fuori dall’emergenza sanitaria e da quella economico-sociale.

Non solo perché le regioni meridionali – secondo i dati sulla diffusione dell’epidemia - sono attualmente più “sane” rispetto a quelle settentrionali, cioè meno colpite dal contagio, ma perché il rilancio del Sud può aiutare anche il Nord e quindi tutta l’Italia.

Dal turismo alla produzione agricola e alimentare, dalla riconversione ecologica alla riorganizzazione del sistema sanitario, dalla ristrutturazione del patrimonio edilizio alle opere pubbliche, il Mezzogiorno offre ora occasioni d’intervento più immediate e favorevoli. È proprio da qui, dalle aree più arretrate del Paese, che può partire la ripresa nazionale. Per fare un paragone storico, è un po’ come per la riunificazione delle due Germanie, dopo la caduta del Muro di Berlino: la Repubblica federale tedesca approfittò di quella circostanza per ottenere ingenti finanziamenti dall’Europa e ammodernare la vecchia Repubblica democratica dell’Est, diventando così la nazione più forte e più ricca del Vecchio Continente.
Anche noi adesso dobbiamo cogliere l’occasione per riunificare le “due Italie”. Ridurre o possibilmente annullare il divario fra il Centro-Nord e il Sud. Assicurare al Mezzogiorno non più aiuti o sussidi a pioggia, ma le condizioni paritarie - in termini di investimenti pubblici, infrastrutture, collegamenti – per mettersi finalmente al passo con le regioni più avanzate e progredite.

Valga per tutti l’esempio del “gap ferroviario”. L’alta velocità rappresenta l’unico grande progetto di modernizzazione del Paese realizzato a cavallo tra il secolo scorso e l’inizio di questo secolo. Ma nelle regioni meridionali circolano da sempre meno treni e negli ultimi anni sono stati ulteriormente ridotti. In tutto il Sud funzionano meno convogli regionali che nella sola Lombardia (Rapporto Legambiente 2019), mentre il servizio ferroviario è pressoché inesistente nelle isole: in Sicilia, le corse giornaliere sono 428 contro 2.396 in quella stessa regione settentrionale.
“L’Italia è fatta per scendere, non per salire”, si diceva un tempo per lamentare la scarsità e la difficoltà dei collegamenti a danno dei meridionali. E allora, facciamo “scendere” al Sud gli investimenti pubblici e gli interventi strutturali per accorciare le distanze fra le “due Italie”, promuovere il turismo al Sud, favorire l’agricoltura, alimentare l’occupazione. Qui, come dimostra l’andamento dell’epidemia, esistono le condizioni ambientali migliori per avviare quel “Green New Deal” che ormai il cambiamento climatico e il riscaldamento del pianeta impongono a tutto il mondo.

È vero, come ha dichiarato il presidente del Consiglio nell’ultima conferenza stampa convocata per illustrare il “Decreto Rilancio”, che “il Mezzogiorno è un territorio più difficile”. E ne conosciamo tutti i motivi: le carenze infrastrutturali; la debolezza del tessuto produttivo; l’alto livello di disoccupazione, in particolare giovanile e femminile; la presenza diffusa della criminalità organizzata. Ma sappiamo anche che questo è il risultato di una politica che - specialmente negli ultimi 20 anni, come documenta nei suoi saggi l’economista barese Gianfranco Viesti - ha penalizzato le regioni meridionali rispetto a quelle settentrionali, allargando il divario invece di diminuirlo.

Occorre, dunque, uno choc positivo per invertire la tendenza e rilanciare l’economia del Sud, in modo che costituisca un fattore di spinta e non più una “zavorra” per il resto dell’Italia. Ciò vuol dire potenziare e valorizzare le sue attrattive naturali, ambientali, turistiche; promuovere il suo patrimonio di storia, arte e cultura; sfruttare le sue fonti energetiche alternative, a cominciare dal sole e dal vento; sostenere la produzione agricola e quella eno-gastronomica. Ma per fare tutto questo è necessario realizzare le condizioni per attrarre investimenti e capitali, magari attraverso una “fiscalità di vantaggio” da negoziare eventualmente con l’Unione europea o comunque un regime di benefici doganali o tributari. Una sorta di “Piano Marshall”, una cura da cavallo, una terapia intensiva, insomma, in grado di rianimare rapidamente il Mezzogiorno.

Ha fatto bene in questo frangente il presidente Conte a richiamare l’attenzione anche sul “caso Gazzetta”, in attesa della procedura fallimentare che si aprirà nell’udienza del 9 giugno. Con 133 anni di storia alle spalle; un radicamento in due regioni come la Puglia e la Basilicata; una diffusione in otto province; un’audience di oltre mezzo milione di lettori al giorno, questa testata rappresenta una bandiera per tutto il Sud, un supporto d’identità per la Puglia e per la Basilicata. Fra tanti quotidiani più o meno accreditati che percepiscono contributi pubblici, la vostra e nostra Gazzetta non merita certamente meno di altri che sono in realtà un paravento per fantomatiche organizzazioni politiche o pseudo-culturali. Nella situazione d’emergenza provocata dal disimpegno editoriale, urge perciò un intervento del governo - come ha auspicato il segretario della Federazione nazionale della Stampa, Raffaele Lorusso - anche per evitare speculazioni al ribasso e manovre di potere. Il giornale potrà riprendere così la navigazione in mare aperto, al servizio del territorio e della sua comunità.

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