Martedì 26 Marzo 2019 | 03:39

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Bossi sempre all'attacco, Sud sempre in difesa

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Chiamalo scemo. Umberto Bossi è il primo a sapere che le gabbie salariali, cioè i salari differenziati tra Nord e Sud, sopravvivono ad ogni contratto nazionale. Se il leader leghista è tornato alla carica per conquistare qualcosa che già esiste, è perché si è messo in testa un'altra idea: fare del Carroccio il partito più votato dalla classe operaia settentrionale. Oddio. I «lumbard» da tempo vanno facendo breccia nelle fabbriche e nei capannoni della «Padania». Ma i successi elettorali ottenuti finora venivano attribuiti alla capacità della Lega di cavalcare il tema della sicurezza, che sta a cuore più ai ceti deboli che alla borghesia danarosa. Infatti, i quartieri operai delle grandi città del Nord sono diventati un mega-serbatoio di voti per Bossi e Maroni. Ma, evidentemente, il pingue bottino elettorale accumulato finora non basta ai capi delle camicie verdi.
Adesso Bossi vuole dimostrare non soltanto di essere il politico più vicino ai timori delle fasce popolari su questioni come la sicurezza e la lotta alla criminalità, ma anche il ministro più sensibile al tema del potere d'acquisto dei lavoratori del Nord. Bossi vuole fare capire ai dipendenti privati e pubblici del Nord di essere più bravo di Bertinotti Epifani e Ferrero nel sostenere la causa degli alti salari. Perché di questo si tratta.
Fidatevi di me - è il nuovo messaggio del Senatur - e io porterò ai lavoratori del Settentrione stipendi assai più pesanti». Come possa una sparata del genere concretizzarsi in un provvedimento concreto, nessuno lo sa. Anche perché il passaggio dal contratto nazionale ai contratti regionali potrebbe generare più insoddisfazioni che insoddisfazioni, più contraddizioni che illusioni. Ma, tant'è. Nessuno può competere con Bossi nella gara ad alimentare le aspettative crescenti. E soprattutto nell'abilità di assecondare tutte le aspirazioni delle sue valli. E così, oggi, la questione delle gabbie salariali, di fatto risolta a modo suo dal mercato - visto che gli stipendi e i servizi del Nord quasi sempre risultano assai più alti dei corrispettivi del Sud -, è tornata prepotentemente sulle prime pagine dei giornali come se il Belpaese non dovesse affrontare sfide assai più serie e fondate. Comunque.
Bisogna dare nuovamente atto a Bossi di sapere fare il suo mestiere, che è quello di inventarsi un «titolo» al giorno per i suoi numerosi e fedeli elettori. E' ciò che manca al Mezzogiorno. Fummo noi qualche mese fa ad invocare, su queste colonne, l'apparizione di un Bossi del Meridione. Sì, un Bossi del Mezzogiorno più che un partito del Sud. Un Bossi che sapesse privilegiare il meridionalismo rispetto al sudismo, un Bossi che sapesse rivoluzionare da cima a fondo l'armamentario politico-culturale sciorinato finora dalle tradizionali congreghe politiche. Un «partito» di solito chiede, per sé e per i suoi quadri. Un vero leader di solito propone per sè per gli altri, senza preoccuparsi se il retrobottega e il sottogoverno della sua formazione politica resteranno all'asciutto. Sappiamo tutti che il federalismo non è un toccasana, e che quasi certamente provocherà più danni di una guerra mondiale, ma il capo leghista è riuscito a trasferire il vessillo del federalismo a tutte le squadre partitiche presenti sul mercato italiano. Chapeau. Onore al merito.
Nel frattempo il Mezzogiorno che fa? Niente. Si limita tutt'al più a chiedere più soldi, non tanto per realizzare infrastrutture più moderne quanto per riprendere a «fare politica». Come se «fare politica» presupponesse la necessità di disporre della cassa piena piuttosto che dei cervelli ricchi di idee, che sono la vera risorsa di un Paese. La verità è che dietro la locuzione «fare politica» si nascondono interessi più osceni di uno spettacolo con Cicciolina, si mescolano programmi più disinvolti di un gruppo di vitelloni spendaccioni, si accatastano progetti più clientelari di un piano strategico sudamericano. La frase «fare politica», poi, è più insidiosa di un cesto di vipere e più falsa di un Rolex prodotto in Cina. Logico che di fronte ad una risposta assai debole in termini progettuali da parte del Meridione, il condottiero leghista faccia il bello e il cattivo tempo dettando l'agenda di governo non solo a Roberto Maroni, ma anche a Silvio Berlusconi. Non solo. Dà persino la sensazione, il Bossi, di non accanirsi come un tempo contro il Mezzogiorno, tanto - lascia intendere Umberto B. - la questione è irrisolvibile ed è persino naturale che il resto della Nazione faccia la carità a un'area che non intende crescere da sola. Che poi la Lega sia più vorace di un Cirino Pomicino nell'intercettazione della spesa pubblica, è secondario. I giornali del Nord o fanno finta di nulla o girano i titoli e le inchieste dall'altra parte. Ma è da ingenui attendersi il contrario.
Il Mezzogiorno dovrebbe incalzare lo Stato, il governo e la Lega sulle questioni nazionali, anziché subirne le scelte. Dovrebbe chiedere più libertà anziché più assistenzialismo. Dovrebbe dichiarare guerra al corporativismo, anziché difenderlo autolesionisticamente. Purtroppo non lo fa. Così accade che un «cavallo matto» come Bossi imponga il suo verbo alla classe politica, mentre un «cavallo di razza» come Alberto Ronchey di fatto inviti gli stranieri a non investire nel Sud a causa della criminalità dilagante, E un editoriale di una persona seria e preparata come Ronchey fa persino più danni al Mezzogiorno di mille raduni leghisti a Pontida.

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