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Reportage - Concessa l'acqua nel ghetto di Capitanata

di Stefano Boccardi
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Rignano Garganico
- Alle 8 del mattino, in quello che qui ai piedi del Gargano chiamano «il ghetto», le bandiere rosse della Cgil e della Flai vengono accolte quasi come una festa.

In poche ore, il clima di tensione che aveva accompagnato le prime giornate della campagna nazionale di sensibilizzazione organizzata dalla Cgil e da quella che una volta si chiamava Federbraccianti si è letteralmente dissolto.

Su questo versante, evidentemente, non è arrivata nemmeno l’eco dell’aggressione subita l’altra mattina da un gruppo di sindacalisti a San Nicandro Garganico, dove un agricoltore ha inveito pesantemente contro quella che riteneva un’indebità ingerenza.

Un miracolo, quello che prende corpo qui a poche migliaia di metri da Rignano Scalo, all’insegna dall’acqua. Dell’acqua potabile, che dall’altro ieri riempie i sette serbatoi di questo villaggio, dove da qualche giorno vivono circa mille immigrati africani, tutti braccianti agricoli, tutti, o quasi, giunti sin qui per la raccolta del pomodoro. Tutti pronti a spaccarsi la schiena in cambio di 3 massimo 3,5 euro a cassone riempito: meno della metà di ciò che gli stessi immigrati di colore percepivano alla fine degli anni Ottanta, quando cominciarono ad arrivare in massa attraverso il porto di Salerno.

Nel ghetto, quando le auto del sindacato si avvicinano al primo dei sette casolari, ci sono una decina di donne, altrettanti bambini e una cinquantina di uomini. Gli altri, come racconta quella che qui gestisce una specie di ristorante, sono già al lavoro da ore. Dislocati nei vari campi della zona dal caporale nero, che qui è anche una specie di capo villaggio. Con tanto di giovane e bella compagna al seguito. Con tanto di casa più che dignitosa. Con tanto di galline pronte per finire in pasto (al prezzo di 2,5 euro a piatto) agli stessi ospiti del ghetto. Con tanto di benefici derivanti da un fatto incontrovertibile: guadagna, senza versare una goccia di sudore e sulla pelle degli immigrati, non meno di 50 centesimi a cassone riempito. Una fortuna, se solo si considera che ognuno dei mille braccianti africani, quando è in perfetta efficienza, può raccoglierne anche 30-40 al giorno.

Ma qui, mentre il sole comincia riscaldare le case di cartone «costruite» a ridosso dei casolari in muratura, nessuno ha troppa voglia di parlare di paghe. Per il momento, tutti salutano con soddisfazione l’arrivo dell’acqua. «Ora va meglio, va molto meglio», dice una delle donne, rivolgendosi al segretario provinciale della Flai-Cgil di Foggia, Daniele Calamita, che in questi giorni sta battendo palmo a palmo tutto il Tavoliere. «Ma adesso - aggiunge la stessa donne - fate venire qualcuno a pulire i bagni. Sono sporchissimi».

Calamita, che è accompagnato da una folta delegazione di dirigenti sindacali (tra i quali, per citarne solo due, il segretario della Flai-Cgil di Brindisi, Giovanna Tomaselli, e il tarantino Mario Fraccascia della segreteria regionale) prende nota e commenta: «Sino a qualche giorno fa, non dico che ci tiravano le pietre addosso, ma ci mancava poco. Ora, invece, ci salutano tutti. Segno che stanno cominciando a capire. Segno che questa campagna nazionale per i diritti dei lavoratori immigrati comincia a dare i suoi frutti».

E che l’ottimismo di Calamita, ma anche di Fraccascia, sia più che giustificato, lo dimostrano se non proprio le buste paga (quelle, come si diceva, per il momento restano un sogno) quanto meno alcuni segni evidenti. Ad esempio, nel ghetto, come lungo le strade limitrofe, come in tanti campi di raccolta, da qualche giorno è ormai diventato normale trovare africani, rumeni o bulgari che indossano il cappellino rosso della Flai-Cgil.

In qualche caso, come vicino ad Apricena, c’è persino qualche agricoltore che prova in tutti i modi a dismettere i panni del più classico dei padroni. «Qui da me - dice facendo cenno a una decina di operaie e operai rumeni intenti a consumare un pasto veloce - io li faccio fermare ogni ora. E gli dò da bere e da magiare. Da me prendono 40 euro al giorno. E dormono qua vicino in una masseria di mia proprietà».

«È tutto vero - commenta un trentaduenne, bracciante agricolo di San Severo -. Peccato - aggiunge Leonardo, questo il suo nome - che non ci dica per quanto tempo li tiene al lavoro. Sì, perché noi operai italiani subiamo ormai da anni questa concorrenza sleale. Rumeni, africani, bulgari o prima i polacchi, anche quando prendono una paga giornaliera dignitosa, percepiscono un numero irrisorio di contributi e poi sono a disposizione 24 ore su 24. Condizioni che nessuno può pretendere da un bracciante italiano».

Ma è proprio per estendere i diritti tra i lavoratori immigrati che la Cgil nazionale e la Flai hanno promosso a partire da lunedì scorso, questa campagna di sensibilizzazione che si concluderà mercoledì con una conferenza stampa a Foggia.

Il primo obiettivo è far emergere dal lavoro nero un numero sempre più alto di immigrati. «Negli ultimi tre anni - dice Calamita si è passati da meno di 5mila a più di 16mila iscritti nelle liste dei braccianti agricoli. Il nostro, evidentemente, non è tempo perso».

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