Martedì 02 Giugno 2020 | 14:36

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C’è da essere poco sorpresi dall’atteggiamento teutonico perché frutto della storia.

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In questi giorni di negoziazione serrata con gli altri Paesi dell’Unione Europea, sono in molti a rimanere esterrefatti di fronte alla freddezza dei Paesi del Nord Europa – Germania e Olanda in primis – che non intendono mutualizzare il debito che sorgerà nel momento in cui verranno emessi gli “Eurobond” o “Coronabond”, obbligazioni per finanziare le conseguenze della crisi generata dal coronavirus.
C’è da essere poco sorpresi dall’atteggiamento teutonico perché frutto della storia. Della nostra, Paese poco credibile, e della loro, ossessionati dal rispetto delle regole (anche se si tratta di mandare gli ebrei a Treblinka).

Il compianto presidente della Repubblica, nonché governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, disse ad Arrigo Levi: “Io ho sempre goduto di un’alta credibilità in sede europea, in particolare in Germania, e nel mondo. Basti ricordare i miei colloqui da Presidente del Consiglio con il presidente Von Weizsaecker e con il cancelliere Kohl; poi i miei incontri con i colleghi ministri economici, il tedesco Waigel, l’olandese Zalm e con Tietmayer della Bundesbank. Mi ricordo ancora che Tietmeyer fu l’ultimo a cedere e dare luce verde all’Italia; diceva: “Io do luce verde se tu mi assicuri che per dieci anni rimani al Tesoro” (Da Livorno al Quirinale, Ed. Il Mulino). Evidentemente l’esponente della Bundesbank temeva che dopo Ciampi sarebbero potuti arrivare ministri ben diversi dallo spessore dello statista livornese.
Ogni giorno abbiamo ex ministri o sedicenti economisti che inveiscono contro la Germania, come se fosse la panacea di tutti i mali. Facciamo fatica a guardarci dentro, come invita a fare la psicoterapeuta Nicoletta Gosio (Nemici miei, Einaudi, 2020). Angelo Bolaffi in “Germania/Europa” (con Pierluigi Ciocca, Donzelli, 2017) il noto germanista, con lungimiranza, ha scritto: “Le feroci polemiche sulle strategie finanziarie legate alla moneta unica europea e sulle scelte economiche della Germania inducono al pessimismo, tanto più che sembra irresistibile la tentazione per le classi politiche dei paesi in crisi del Sud Europa individuare nella Germania (e in quello che viene minacciosamente evocato come “il peso del suo passato”) un comodo capro espiatorio su cui scaricare le responsabilità dei propri fallimenti. Una illusoria quanto pericolosa via di fuga quella di incolpare le istituzioni europee e i governi ‘dei paesi creditori colpevoli di imporre troppa austerità’ da parte di chi non è in grado di risanare le finanze pubbliche del proprio paese limitandosi ad applicare la logica odiosa dei tagli lineari”.

Vogliamo guardare alle nostre responsabilità? E’ vero che nella Conferenza di Londra del 1953 l’Europa cancellò buona parte dei debiti di guerra tedeschi. Ma noi italiani o modifichiamo la struttura del nostro sistema capitalistico, o qualsiasi aiuto ce lo mangeremo in pochi anni, con i soliti provvedimenti senza senso diretti ad aumentare la spesa corrente.
Fa impressione leggere le parole, nette sferzanti, di Giorgio Galli in un volume del 1976, “Capitalismo assistenziale” (G. Galli, A. Nannei, Ed. Sugarco): “La borghesia italiana si è dimostrata meno capace, meno valida, meno sicura di sé delle altre borghesie occidentali”. E dall’altra parte, nell’amministrazione pubblica, definita burocratico-parassitaria “siamo di fronte ad un ceto che non ha nulla in comune col “civil service” di derivazione anglosassone, che non contribuisce alla razionalizzazione capitalistica, ma che si costruisce invece zone di potere e di privilegio nell’ambito di un sistema di valori e di rapporti pre-capitalistici”. L’austerità in Italia non l’abbiamo mai conosciuta se non nelle domeniche a piedi degli anni Settanta, post shock petroliferi. L’austerità significa rigore, efficienza, serietà e giustizia, il contrario di ciò che abbiamo visto. I nostri governanti – di ogni partito, che abbiamo eletto noi – hanno sempre adottato politiche espansive della spesa pubblica corrente, chiedendo maggiore flessibilità a Bruxelles. Però con maggiori deficit siamo cresciuti sistematicamente meno degli altri Paesi UE. Siamo in grado di cambiare passo?

Un accordo si troverà sui Coronabonds. Il debito oggi è necessario per fermare questa piaga biblica (Mario Draghi, cit.). Non bisogna esitare. Ma questa volta i denari vanno spesi bene. Meno festival della pizzica, meno pensioni ai cinquantenni, e più investimenti nella scuola – didattica, buoni insegnanti ed edifici rinnovati - e nella ricerca scientifica.

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