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Nelle classifiche del governo il sapere si è fermato a Eboli

di Sergio Lorusso
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La cultura non abita più al Sud; verrebbe da dire, si è fermata ad Eboli. O, almeno, il mondo della formazione e della ricerca universitaria, che del sapere dovrebbe rappresentare una delle espressioni più importanti e decisive per la crescita culturale di un Paese, si ferma a Roma, se guardiamo alle «classifiche sotto l’ombrellone» diffuse con precisione svizzera dal Governo prima della tradizionale pausa di mezza estate della politica italiana. Apprendiamo infatti che, tra i 27 atenei virtuosi soltanto 3 sono a sud del Tevere, mentre i 27 atenei in rosso sono – eccezion fatta per Brescia, Parma e Iuav Venezia – nel Mezzogiorno, croce e delizia di opinionisti, commentatori, storici e sociologi, con maglie nere generosamente dispensate nel tacco d’Italia. Sarà falso? Sarà vero? Piuttosto che rimpolpare le analisi di tenore contrastante, che hanno animato in questi giorni un classico dibattito da solleone, un coro dissonante e senza spartito se si tiene conto dell’opinabilità una graduatoria diffusa prima di rendere noti ufficialmente (e compiutamente) i criteri e i dati in base ai quali è stata elaborata, è forse opportuno volgere lo sguardo ad uno scenario più ampio, che superi la disomogeneità dei singoli fattori considerati e la relatività propria di ogni classifica. Non a caso quella ministeriale è alquanto divergente dalle classifiche «Repubblica-Censis» e «Il Sole 24Ore», stilate e diffuse annualmente: l’Università di Bergamo, ad esempio, è trentanovesima su 42 in quest’ultima graduatoria, mentre nella pagella del ministero risulta quarta.
Nel «sacro furore» che ha caratterizzato la contrapposizione tra università montane e università meridiane, la contesa tra chi tesse con orgoglio l’elogio degli atenei «d’altura» e chi invece sparge lacrime sulle sorti degli atenei «più a sud del Sud’, quasi nessuno – anche tra gli addetti ai lavori – sembra aver colto nella sua essenza un elemento di fondo che serpeggia nella diatriba apertasi, un segnale preciso individuabile tra le righe, probabilmente auspicato e indotto proprio da chi, in piena sintonia con lo stile balneare che da anni ormai contraddistingue gli interventi del Parlamento e del Governo in materia di università e di formazione, ha annunciato enfaticamente la svolta meritocratica nell’assegnazione dei fondi pubblici ai vari atenei disseminati nella penisola, precisando che tra le università virtuose ci sono «anche» atenei del Centro-sud (!) e che «alcune università del Sud hanno avuto una bassa valutazione soprattutto per la bassa qualità della ricerca».
Sembrano emergere implicite ma forti riserve nei confronti della capacità del Sud e delle sue istituzioni accademiche non soltanto di gestire le risorse distribuite da Roma ma anche – e soprattutto – di fare ricerca e dunque di produrre sapere, cultura. C’è da augurarsi che tutto ciò non rappresenti il prodotto di un atteggiamento egemonico, le cui radici storico-sociali sarebbero facilmente individuabili: una supremazia non dichiarata, ma ineluttabile, degli atenei e dei docenti collocati – non solo geograficamente – a nord, a torto o a ragione ritenuti depositari delle punte d’eccellenza di questa o di quell’area scientifica (anche quando, magari, l’autorevolezza deriva più dalle tracce lasciate da maestri passati e trapassati che da meriti attuali). Negli stessi giorni, peraltro, un’altra polemica ha investito il mondo della formazione, innescata dalla proposta solo apparentemente provocatoria della Lega – poi «ricalibrata», ma certo non rientrata – di sottoporre i docenti chiamati a insegnare nelle scuole padane e pedemontane a una verifica preliminare sulla conoscenza di idiomi, usi e costumi locali: un professore regionale, insomma.
Intravedere una strategia nordista, in tutto questo, probabilmente non è azzardato né significa vedere troppo o con lenti appannate, a patto naturalmente di non chiudere gli occhi su indubbie carenze e vizi comportamentali che affliggono talune realtà accademiche (e/o taluni docenti) del Mezzogiorno d’Italia, come chi vi opera ben sa: si finirebbe, in tal modo, per avallare proprio i teoremi che si intendono sconfessare.
Un cantautore e architetto figlio del Sud, celebre per i suoi testi dissacranti e ironici, nel reinterpretare la favola e la metafora del Pifferaio magico così cantava in un concept album del 1983 riproposto nel 2005: «Ed il buon senso sparso di qua e di là/ed il Mediterraneo, culla di civiltà/la fonte inesauribile, di mille biblioteche/sarà falso, sarà vero!». Buon senso, civiltà e tradizioni culturali: un mix da non dimenticare per gli intellettuali meridiani, un monito per tutti.

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