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Meno male che la Chiesa cattolica non adotterà mai la politica dei tweet, in voga da qualche anno nelle principali capitali del pianeta

Incontro col Papa a Bari, «droni» e maxischermi»

Meno male che la Chiesa cattolica non adotterà mai la politica dei tweet, in voga da qualche anno nelle principali capitali del pianeta (citofonare alla Casa Bianca, please). Altrimenti incontri in carne e ossa come quelli di questi giorni a Bari non verrebbero abbozzati neppure col pensiero. La rivoluzione digitale, infatti, oltre a modificare da cima a fondo convenzioni e convinzioni della gente comune, ha rovesciato pure i canoni della politica-politica, fino al punto da invertirne la grammatica, la sintassi e il significato. Per cui la realtà viene confusa con l’habitat virtuale e l’habitat virtuale con la realtà.
La Chiesa sembra vaccinata contro il virus dei social, che stanno, appunto, ridisegnando la geografia e l’attività politica, comprimendo la democrazia e condizionando le relazioni internazionali come nemmeno un Nostradamus (1503-1566) avrebbe osato prevedere. E, soprattutto, il tarlo dei social sta riducendo i contatti umani pure tra i Grandi, tra i governi, tra i diversi decisori e attori.
Invece. Invece la politica, interna e internazionale, è innanzitutto contatto diretto tra le persone, è dialogo, è confronto a cuore aperto. Nulla più di Facebook ha snaturato la stessa diplomazia tra le cancellerie del globo.
Non è un caso che stamani, ad ascoltare il Papa, qui a Bari, non ci saranno solo i vescovi del Mediterraneo, ma ci saranno pure il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio e il presidente del Parlamento europeo. La Chiesa sa di poter fare molto per la pace tra i Paesi che hanno ospitato la culla della civiltà. Ma anche gli Stati che si affacciano sul Mediterraneo sanno che la Chiesa è l’unica istituzione in grado di interloquire con tutti (governi e movimenti).

E che solo una Chiesa in buona salute può rappresentare una polizza assicurativa contro una politica incrudelita dalle intolleranze della Rete, oltre che dalle idee totalitarie sempre dure a morire.
Una volta si diceva che l’Italia si avvaleva di due, anzi tre, linee di politica estera: una della Farnesina, una dell’Eni e una del Vaticano. In realtà, la linea era unitaria, anche se ogni tanto emergeva qualche sfumatura. Ma nulla più.
La Chiesa per sua natura è una sartoria di pazienza. Il che la porta a ricucire anche gli strappi più laceranti. Il governo italiano appartiene a una specifica alleanza politico-militare, ma sa, da tempo immemorabile, anche per il contiguo magistero religioso, che amare il prossimo come se stesso significa innanzitutto avviare e mantenere buone relazioni con i vicini di casa. Non è un caso il fatto che l’Italia sia il Paese che ha patito meno lo scontro tra mondo arabo e mondo occidentale scoppiato all’indomani dell’11 settembre 2001.
Ecco perché la presenza di Sergio Mattarella, Giuseppe Conte e David Sassoli (Parlamento europeo) tutto è tranne che protocollare. Lo Stato italiano, ma anche l’Europa, riconosce il ruolo essenziale svolto dalla Chiesa nell’opera di mediazione e moderazione nel bacino del Mediterraneo e nelle aree attigue. La situazione in Siria e in Libia, per citare due esempi, sarebbe ancora più drammatica senza la diplomazia parallela del Vaticano. E così anche la questione dei migranti sarebbe già esplosa come un’atomica.
Diciamolo. La contesa sull’accoglienza va al di là del fenomeno in sé. Chiama in causa il ruolo dell’informazione, del Web, della politica, dell’economia. A furia di agitare il problema immigrazione, la gente si è convinta di trovarsi sul punto di essere sradicata da casa sua. Tanto che la nazione (l’Ungheria) meno colpita dai flussi migratori ha pianificato la costruzione di un muro. Strana evoluzione di un Paese che fino a pochi decenni addietro faceva parte di un blocco che erigeva muri per impedire l’uscita delle persone, mentre ora tende a innalzare muri per impedirvi di entrare. Evidentemente l’investimento sulla paura è, politicamente parlando, più redditizio di un investimento pubblicitario che abbia il tennista Roger Federer come testimonial.
Il premier ungherese Orban, grazie alla grancassa internettiana, è riuscito a dimostrare che più una nazione è estranea ai flussi di rifugiati più ne teme gli effetti. Incredibile, no? Il che introduce una domanda da brivido: avrebbe ottenuto il medesimo risultato, il nazionalista di Budapest, senza la complicità «oggettiva» di Internet, che sta foraggiando tutti gli stomaci renitenti alla democrazia, grazie a un mix irresistibile di fanatismo e servilismo populista? Molto probabilmente no.
Eppure nessuno ci fa caso. Quasi sempre è il proibizionismo a creare il problema che si intende risolvere. È accaduto con gli alcolici, con la prostituzione. Si sta ripetendo con l’immigrazione. Più si inveisce contro, più si aggrava il fenomeno.

Il mondo è sempre più agitato da quando nel 2016 sono cambiati gli equilibri all’interno dei singoli Stati e sono approdati al vertice dei governi alcuni outsider a caccia di grandeur. La vittoria dei nazionalismi addirittura rischia di spaccare in due, o in tre, alcuni Paesi chiave dell’Unione Europea. La Gran Bretagna è la principale indiziata. Dall’attuale Regno Unito rischia di ritornare all’antico «Regno Disunito», com’era una volta. E se rischiano le democrazie con molti secoli di storia alle spalle, figuriamoci cosa rischiano le altre, quelle spuntate in nazioni meno solide sul piano della cultura dei diritti.
Oggi più di ieri il Mediterraneo è l’area cruciale del pianeta. La Cina vi si è quasi trasferita. La Russia ritiene di avere un corridoio già collaudato. L’Europa non riesce a far pesare la sua posizione geografica di Costa Nord del Mare Nostrum. L’America di Trump pregusta la ritirata dal Vecchio Continente, ma per il Mediterraneo non si sa mai.
Ecco. Ci sono, purtroppo, tutte le condizioni perché l’instabilità diventi stabile, cioè cronica. Definitivamente, ossia peggio del coronavirus. Servirebbe una mediazione permanente, mediazione che solo un’istituzione come la Chiesa potrebbe svolgere. E la Roma di Mattarella e Conte lo sa e forse lo auspica.
«Quante divisioni ha il Papa?», aveva chiesto sprezzantemente Josif Stalin (1878-1953) al premier francese Pierre Laval (1883-1945) che, nel 1935, lo supplicava di non perseguitare i cattolici nell’Urss. Ma quando Pio XII (1876-1958) apprese la notizia della morte del dittatore, non si lasciò sfuggire la risposta dell’uomo di fede: «Ora potrà vedere quante divisioni noi abbiamo lassù». E in cuor suo pensava: «Anche quaggiù».

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