Mercoledì 20 Marzo 2019 | 14:41

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Etica pubblica il deficit nascosto della Puglia

di Michele Partipilo
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Un vecchio motto della strategia fedifraga suggerisce di negare, negare, negare. Chi l’ha sperimentato dice che funziona; ma se nelle avventure extraconiugali negare sempre risulta alla fine una tattica vincente, in altre situazioni si può applicare lo stesso principio e con uguale successo?
A giudicare dai comportamenti di politici e amministratori pugliesi coinvolti nel recente scandalo sulla sanità sembrerebbe di sì. Cinque inchieste in piedi, ciascuna legata a un particolare filone, ma tutte aventi come comune denominatore l’arrichimento attraverso i soldi pubblici destinati alla sanità. Nonostante la varietà e la qualità delle accuse mosse dai magistrati - dalla turbativa d’asta all’illecito finanziamento ai partiti, dalla cessione di droga allo sfruttamento della prostituzione - fino a oggi non una delle persone coinvolte ha ammesso la benché minima responsabilità.
Certo, quelle dei magistrati sono pur sempre «ipotesi» di reato, cioè indizi che necessitano di riscontri, però è singolare come nessun indagato abbia avuto una qualche resipiscenza, fosse anche per il solo omesso controllo. Facendo sorgere il dubbio che le cinque inchieste siano più che campate in aria, la qual cosa si stenta a credere, visto il ramificarsi delle indagini e l’applicazione di un crescente numero di inquirenti, tanto da rendere necessario un coordinamento degli stessi.
Ma se l’ostinazione a negare anche l’evidenza può essere in qualche modo comprensibile sul piano penale, risulta inaccettabile sul piano etico e politico. Nessuno dei soggetti fino a ora coinvolti - esponenti di partito, medici, amministratori pubblici, imprenditori - ha mostrato la benché minima intenzione non di ammettere qualcosa, ma almeno di interrogarsi sulla correttezza dei propri comportamenti. Non si tratta di fare i conti con la propria coscienza, poiché questo è un fatto privatissimo che attiene alla moralità di ciascuno. Si tratta invece di una responsabilità ben più alta, fondante rispetto allo stesso ruolo pubblico che si svolge: è ciò che s’intende con il termine di etica pubblica. Va detto che in Italia scarseggiano i cultori della materia, nel senso che solo poche persone fra quelle chiamate a svolgere un ruolo nella società si interrogano sugli obblighi che comporta. E tale carenza spiega sia l’alto tasso di corruzione riscontrabile nella cosa pubblica che lo scarso senso civico dei cittadini.
Possono esserci comportamenti che non sono penalmente rilevanti o non censurabili sotto il profilo politico e che, invece, sono gravissimi per gli effetti nella società. In ciò che sta emergendo dalle inchieste baresi, al di là di quelli che potranno essere gli eventuali addebiti penali, è inquietante il pesante deficit di etica pubblica. Può un politico assumere la gestione di un assessorato sapendo che tutto il parentado vive degli appalti di quell’assessorato? In termini di etica pubblica questo si chiama conflitto d’interessi e non sfocia in un reato fino a che non c’è un palese favore nei confronti delle aziende di famiglia. Ma un agire eticamente corretto esige che il conflitto venga risolto in radice, cioè non si crei affatto. Attenzione, perché in termini di etica pubblica è responsabile anche chi consente o favorisce il conflitto d’interessi.
È corretto per un medico sostenere che una protesi sia «unica e infungibile» sapendo che nella prassi quotidiana si tratta spesso di un modo per aggirare una serie di vincoli e favorire qualche azienda produttrice? In termini di etica pubblica - e forse anche di deontologia professionale - certamente si tratta di una colpa grave, ancorché legata ad atteggiamenti che possono essere diffusi.
Ecco, forse il punto è proprio questo. Osservando i fatti baresi sembra che la capillarità di certi metodi e di certe prassi sia riuscita ad annullare non solo le responsabilità politiche, ma anche e soprattutto i vincoli etici. Quegli obblighi cioè la cui violazione non produce sanzioni concrete, ma solo una generale riprovazione. Che se in passato era un deterrente più forte del carcere o della perdita del lavoro, oggi non spaventa più nessuno, nonostante il fracasso mediatico. Un contesto di questo genere non fa altro che generare una perversa spirale di disvalori: da un lato chi ambisce ad emergere non fa altro che adeguarsi a certi comportamenti, dall’alltro il diffondersi di certi comportamenti non fa che abbassare sempre più la soglia etica della società, dando la sensazione che alla fine tutto sia lecito. È così che si consuma la rottura del del tacito patto cittadino-società-amministratore, allo stesso modo in cui il tradimento fa venir meno la fiducia all’interno di una coppia.

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