Domenica 24 Marzo 2019 | 05:38

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La questione non è meridionale è italiana

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Hai vinto un concorso, a cattedra? Di greco, di latino, d’inglese? T’attacchi al tram. Devi prima superare l’esame di dialetto lombardo se vuoi insegnare a Bergamo o in Brianza. E se non superi quello di friulano non andrai a insegnare a Udine o a Pordenone. Lo dice la Lega Nord. E poco importa se per ora non potranno attuarlo. Intanto ci pensano. E quasi per burla ci dicono che vale la reciproca: esame anche per chi dal Nord vorrà trasferirsi in una scuola del Sud.

I dialetti finora ci hanno unito. Adesso vogliono usarli per dividerci. La pacifica convivenza dei dialetti era e rimane un segno di solidarietà. Vorrebbero farne un trofeo di federalismo mascherato. Il ministro dell’istruzione Gelmini corre ai ripari, suggerisce un esame sulle tradizioni locali, al posto del test sul dialetto. Un rattoppo peggio dello strappo. Le tradizioni s’imparano sui libri. I dialetti, campa cavallo.

Per Pasolini i dialetti erano tracce vive della nostra antica civiltà. Temeva che scomparissero. Un’altra metafora, come la scomparsa delle lucciole. Un patrimonio culturale che secondo lui rischiava di andare perduto per l’invadenza aggressiva della lingua nazionale, complice la tv, uguagliatrice di una parlata nazionale anonima, opaca, senza le mille sfumature armoniche dei dialetti, che fanno dell’Italia più che una nazione: una nazione di nazioni. Come nessun’altra patria europea.

Mille dialetti hanno fatto il miracolo dell’unità d’Italia. Il siciliano e il pugliese esistevano già, come il toscano e l’umbro. 
L’Italia non l’hanno fatta le guerre, né i Borboni, né i Savoia. È figlia di una lingua materna che ha dato al mondo capolavori come la Commedia, l’Orlando, Goldoni, Manzoni, Leopardi: nomi che hanno eretto un muro invalicabile contro tutti gli eserciti invasori.

Ed è scandalosa non solo la proposta leghista, quanto il silenzio dei nostri politici che non ne avvertono la nefandezza e l’indecenza. Insieme ai grandi accademici che si godono posti e prebende all’ombra clientelare delle più screditate università.

Ve lo immaginate uno come il ministro Ignazio La Russa all’esame di dialetto, lui che in tanti anni di onorata professione forense a Milano non è mai riuscito a mitigare la sua eruttiva cadenza sicula? Penso al ministro Raffaele Fitto che imparato i classici in un eccellente liceo di Maglie, grazie a quei professori che spiegano Virgilio mantovano e Catullo veronese con un accento salentino certamente più elegante della catarrosa pronunzia di Bossi.

Ma c’è un sistema per arginare il razzismo padano. Si chiama Fiorello, insuperabile imitatore di tutte le parlate dello Stivale. Capace di fingersi piemontese, lombardo, tirolese, fino a farsi passare per uno di loro. Andremo a scuola da lui. Un corso accelerato prima del test dialettale.

Ma, alla disperata, un rimedio ce l’abbiamo. Un ammutinamento in grande stile. Ritiriamo per un anno dalle scuole del Nord tutti i professori meridionali che insegnano lassù. Abbandoniamole in una landa desolata di cattedre vuote. Con tanto di cartelli affissi sui portoni: chiuso per diserzione totale degli insegnanti meridionali. Una bella lezione, ex cathedra, alla volgarità degli scostumati che stanno avvelenando la vita del nostro Paese.

Ci stiamo avvicinando alla celebrazione dei 150 anni di unità nazionale. Agli ottusi secessionisti dovremmo rammentare un po’ di storia. E dimostrare con dati alla mano come tutte le politiche egoistiche praticate dai governi più miopi a danno del Mezzogiorno si siano in realtà rivelate a danno dell’intero Paese. A cominciare dalla guerra doganale del 1886, che per favorire con tariffe protezionistiche la produzione industriale del Nord, contro la Francia, finì in un vero disastro per la nostra agricoltura. E fuggirono nelle Americhe non solo i contadini pugliesi e calabresi, ma anche i piemontesi e i veneti altrettanto poveri. Quella grande emigrazione, un vero esodo biblico, fu una silenziosa rivoluzione di classe, partorita dalla disunità d’Italia.

L’Ottocento si chiuse con rivolte popolari soffocate nel sangue dai fucilieri del generale Bava Beccaris. E il Novecento s’aprì con l’uccisione a Monza di Umberto I re d’Italia. Ricordiamolo ai secessionisti del Nord. Perché finalmente capiscano che la questione meridionale non è meridionale. È italiana.

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